Scontro storico

Estratto del libro “La passione di Padre Pio” di Renzo Allegri (Mondadori, Milano, 2015)

Il 18 aprile 1920, padre Agostino Gemelli era a San Giovanni Rotondo nel convento dei Frati Cappuccini dove viveva Padre Pio. La sua presenza è documentata da un pensiero che il celebre religioso-scienziato scrisse di suo pugno sul libro dei visitatori illustri:

Ogni giorno constatiamo che l’albero francescano dà nuovi frutti e questo è il conforto più grande a chi trae alimento e vita da questo meraviglioso albero.

Accanto al proprio nome, Gemelli aveva apposto la sigla OFM. Apparteneva cioè all’Ordine dei Frati Minori, che era una delle tre branche in cui si era diviso lungo il corso dei secoli il movimento di san Francesco. Padre Pio, invece, apparteneva all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che era il ramo francescano sorto nel Cinquecento con l’obiettivo di riprendere un genere di vita più rigoroso, più conforme, soprattutto per quanto riguardava la povertà, a quello del fondatore. C’era poi il terzo ramo, Ordine dei Frati Minori Conventuali, così chiamati perché avevano cominciato a vivere in grandi conventi, con vaste biblioteche allo scopo di essere maggiormente preparati ed efficienti nel predicare il Vangelo. Ma l’essenza specifica di tutti e tre i rami sta nel secondo termine che li indica, “minori”, cioè umili, gli ultimi, come voleva appunto san Francesco.

Agostino Gemelli (1878-1959)
Agostino Gemelli (1878-1959)

Gemelli apparteneva ai Frati Minori, Padre Pio ai Minori Cappuccini: ma erano tutti discendenti dallo stesso “albero francescano”, come notò Gemelli in quel suo pensiero. E la frase “ogni giorno constatiamo che l’albero francescano dà nuovi frutti” farebbe pensare che l’avesse riferita a Padre Pio, religioso tanto ammirato dalla gente, che richiamava folle di pellegrini. Una frase quindi di ammirazione verso il confratello. E questo induce a ritenere che Gemelli l’abbia scritta prima di incontrare Padre Pio perché, come ora vedremo, l’incontro fra i due fu piuttosto burrascoso. Su quell’incontro è stato scritto di tutto e il contrario di tutto. Perfino che forse non è mai avvenuto. È certamente l’episodio decisivo nella storia delle persecuzioni del Padre. Ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, quando si parla di Padre Pio si torna a quell’incontro. E anche gli storici più scrupolosi ne riferiscono secondo schemi frettolosi e stereotipi, scegliendo la versione che a loro fa più comodo.

Già negli anni Venti del secolo scorso, fin da quando il Sant’Uffizio emise i primi severi provvedimenti contro Padre Pio, si cominciò a ritenere che la causa di quei giudizi negativi fossero le perizie scritte da Padre Gemelli. Diversi confratelli di Padre Pio avevano assistito alla visita di Gemelli a San Giovanni Rotondo, e da ciò che era accaduto cominciarono ad avere sospetti. Così, alcuni dei religiosi coinvolti nei severi provvedimenti del Sant’Uffizio cercarono di difendersi e di difendere Padre Pio raccogliendo tutte le testimonianze delle persone che erano presenti nel convento durante la visita di Gemelli. Si tratta di testimonianze giurate, quindi attendibili, le quali forniscono particolari e dettagli molto utili. Ora, dopo l’intervento di papa Ratzinger che ha permesso la consultazione dell’Archivio segreto del Vaticano, è possibile usufruire di altri documenti, comprese le relazioni di Padre Gemelli che erano sempre rimaste segrete. Dall’insieme di tutto questo materiale si può ricostruire la visita in modo molto oggettivo.

Padre Gemelli arrivò al convento di San Giovanni Rotondo il 17 aprile, verso sera, e vi rimase fino al 19 in tarda mattinata. L’incontro con Padre Pio dovrebbe essere avvenuto la mattina del 19 aprile. Non si conosce la ragione per cui Gemelli decise di andare a San Giovanni Rotondo. Nei suoi scritti egli ha fornito diversi motivi, in contraddizione tra loro. Gemelli conosceva bene la vicenda Padre Pio. E la seguiva, sia pure da lontano, con attenzione, perché la fenomenologia mistica attribuita al Padre, che tanto stupore destava in tutti, era per Gemelli materia specifica dei suoi studi e delle sue ricerche, alla quale in quegli anni si stava dedicando con particolare interesse. Quindi, è molto probabile che desiderasse andare da Padre Pio per studiarlo.

Era certamente al corrente anche delle indagini che altri medici avevano già eseguito sul religioso e sulle sue stigmate, per incarico delle autorità dei Cappuccini e del Sant’Uffizio. Forse si era anche un po’ risentito per non essere stato subito chiamato dal Sant’Uffizio per il “caso” Padre Pio, dal momento che aveva già eseguito vari incarichi del genere per quel dicastero. Probabilmente, il Sant’Uffizio non aveva pensato a lui perché viveva a Milano, e Padre Pio dall’altra parte d’Italia, cioè molto lontani uno dall’altro. Quindi, visto che nessuno gli offriva di andare a studiare quel “caso” clamoroso, Padre Gemelli cercò di fare da solo.

Armida Barelli (1885-1952)
Armida Barelli (1885-1952)

Da alcuni anni egli aveva come collaboratrice Armida Barelli, una donna straordinaria, attivissima in campo cattolico. Apparteneva a una famiglia borghese, aveva studiato in Svizzera, era profondamente credente e fin da molto giovane si era dedicata ad attività sociali in ambito cattolico. Aveva quattro anni meno di Gemelli. Si erano conosciuti nel 1910 e lui l’aveva convinta ad abbracciare lo spirito di san Francesco, entrando a far parte del Terz’Ordine Francescano. Da allora, lavoravano insieme: avevano già realizzato varie iniziative importanti ed erano impegnati nel grande progetto dell’Università Cattolica. Armida Barelli, animo sensibile, intuitivo, aperto alla fede mistica, aveva grande ammirazione per Padre Pio e desiderava molto poterlo conoscere. Probabilmente fu lei a convincere Gemelli a intraprendere quel viaggio, e questi colse al volo l’occasione che gli avrebbe permesso di studiare un nuovo importante soggetto.

Gemelli si preparò. Conosceva l’atmosfera che si era creata intorno al religioso per via delle misteriose ferite che erano apparse sul suo corpo. Sapeva che il Sant’Uffizio se ne stava interessando. Era informato, almeno sommariamente, dei risultati delle perizie ufficiali che erano già state eseguite per conto delle autorità ecclesiastiche. Conosceva in particolare la perizia del professor Amico Bignami, che era uno scienziato molto noto anche all’estero. Sapeva anche che sia i Frati Cappuccini sia le autorità vaticane, nel tentativo di arginare la curiosità della gente che si trasformava spesso in autentico fanatismo, avevano dato ordine a Padre Pio di non mostrare a nessuno le piaghe e tantomeno permettere che gliele baciassero. Gli avevano anche proibito di farle vedere ai medici, a meno che non avessero un’autorizzazione scritta dal Vaticano.

Gemelli aveva scritto una lettera al superiore provinciale dei Frati Cappuccini pugliesi, esprimendo il suo desiderio di andare a San Giovanni Rotondo. Il padre provinciale, che naturalmente sapeva benissimo chi fosse Padre Gemelli, gli aveva confermato che la sua visita sarebbe stato molto gradita, ma volle anche avvertirlo che, se intendeva andare da Padre Pio come medico, quindi per visitare le sue piaghe, doveva prima ottenere un’autorizzazione scritta da Roma. E Padre Gemelli rispose con una cartolina, indicando le date del suo soggiorno e affermando che si recava da Padre Pio solo per devozione. Il viaggio da Milano, dove Gemelli risiedeva, a San Giovanni Rotondo era molto lungo. Era necessario far tappa a Foggia. Gemelli e Armida Barelli partirono da Milano il 16 aprile al mattino e giunsero a Foggia in serata. Gemelli pernottò nel convento, Armida Barelli in un albergo.

Padre Benedetto (1872-194)
Padre Benedetto (1872-1942)

In quei giorni era arrivato nel convento di Foggia anche padre Benedetto da San Marco in Lamis, che era il direttore spirituale di Padre Pio, e doveva appunto recarsi da lui. Il padre provinciale gli aveva chiesto di fermarsi e attendere l’arrivo di Padre Gemelli per poi accompagnarlo da Padre Pio. Nessuno meglio di lui poteva fare da guida all’illustre visitatore. La notizia dell’arrivo di Padre Gemelli a Foggia si era sparsa velocemente. Soprattutto tra il clero. Tutti conoscevano la sua conversione, la sua attività, i suoi studi, le sue opere e anche le sue focose polemiche in difesa della religione. Per il mondo cattolico di allora, Gemelli era un eroe, un guerriero mitico, che combatteva a viso aperto con gli intellettuali e gli scienziati del tempo, quasi tutti atei e anticlericali. Delle sue battaglie parlavano spesso i giornali. Al convento di Foggia, Gemelli fu accolto con tutti gli onori.

Erano presenti anche rappresentanti della curia e autorità civili. E parlando con il superiore provinciale, Gemelli venne a sapere che il giorno dopo sarebbe stato accompagnato a San Giovanni Rotondo anche da altre persone: da Padre Benedetto; da monsignor Giovanni Musumeci, vicario generale della diocesi di Manfredonia; da don Giuseppe Patanè, segretario del vescovo di Foggia; da padre Filippo Girardi, frate minore conventuale, uomo molto colto, scrittore, celebre predicatore, che stava tenendo le omelie quaresimali in Duomo; e, inoltre, dal guardiano del convento dei Frati Minori di Foggia e dall’ex padre provinciale dei Frati Minori di Foggia.

La comitiva partì nel primo pomeriggio del 17 e arrivò al convento di San Giovanni Rotondo in serata. Padre Gemelli e gli altri ecclesiastici furono ospitati nel convento; Armida Barelli presso una famiglia amica dei religiosi. Padre Gemelli pensava forse di poter incontrare Padre Pio quella sera stessa, a cena, o subito dopo, quando i frati si radunavano nella sala di lettura per conversare tra di loro. Ma non accadde. Per i religiosi che vivono in comunità, il pranzo e la cena erano, allora, azioni dette appunto “comunitarie”, alle quali dovevano partecipare tutti i componenti del convento. Erano una specie di rito. Se qualcuno arrivava in ritardo, si inginocchiava davanti al superiore e attendeva da lui il permesso di raggiungere il proprio posto. Il pranzo e la cena si svolgevano in silenzio, mentre uno dei religiosi, a turno, su una specie di ambone, leggeva ad alta voce un libro di argomento spirituale. Solo raramente, nelle grandi solennità, il superiore, dopo una prima lettura, dispensava dal silenzio e si poteva continuare a mangiare conversando.

Gemelli sapeva che, per il suo arrivo, durante la cena il superiore avrebbe dispensato i frati dal silenzio. Avrebbe avuto così l’occasione di osservare Padre Pio, di studiarlo nel suo comportamento quotidiano, a tavola, mentre mangiava e conversava con i confratelli, e di scambiare anche qualche parola con lui. Per Gemelli, tutto questo era molto importante. Era uno dei massimi esperti a livello mondiale di psicologia comportamentale. Anzi, in un certo senso ne era uno dei fondatori. E dall’osservazione delle persone poteva ricavare indizi preziosi per la loro conoscenza. Ma quella sera non ebbe questa opportunità. Padre Pio non prendeva quasi mai cibo la sera, e aveva ottenuto il permesso dal superiore di astenersi da quell’atto comunitario. Così, dopo la meditazione in coro, se ne tornava nella sua cella a leggere, a pregare e, soprattutto, a rispondere alle numerosissime lettere che ogni giorno riceveva.

Non si sa neppure se Gemelli poté vedere Padre Pio il giorno dopo. Fu accompagnato da Padre Benedetto a visitare il convento, scrisse quel suo pensiero sul libro dei visitatori illustri, ma in nessuna testimonianza si legge che incontrò Padre Pio. In genere, quando arrivavano ecclesiastici celebri, come vescovi, cardinali, superiori di ordini religiosi, Padre Pio si recava nella loro stanza a rendere omaggio. A volte erano questi personaggi che venivano accompagnati nella sua stanza, dove poi si intrattenevano a quattr’occhi e a volte chiedevano di fare la confessione. In questa occasione, però, non accadde niente di tutto questo. Padre Pio non si avvicinò a Padre Gemelli, né quest’ultimo fu condotto da Padre Pio. Padre Benedetto, che era stato incaricato di accompagnare l’illustre ospite e che, come direttore spirituale, aveva una confidenza grandissima con Padre Pio, sollecitò certamente un incontro tra i due, ma non riuscì a combinarlo. Perché? Perché Padre Pio, sempre gentile, accogliente, si rifiutava di parlare con quel suo illustre confratello?

Armida Barelli, invece, chiese di poter vedere Padre Pio e fu subito accontentata. Nella mattinata del 18, il Padre scese nella foresteria e si intrattenne con lei, che gli parlò di se stessa, dei suoi problemi spirituali e infine delle opere che stava realizzando con Padre Gemelli, in particolare l’Università Cattolica. Gli chiese se, secondo lui, il progetto dell’Università Cattolica era gradito a Dio e se avrebbe avuto successo. In seguito raccontò che a questa precisa domanda Padre Pio, dopo un attimo di riflessione, rispose con un monosillabo deciso: «Sì».

Armida Barelli uscì da quell’incontro commossa e felice. Ma subito il suo comportamento prese una piega inattesa. Cominciò a chiedere a Padre Benedetto di convincere Padre Pio a mostrare le stigmate a Padre Gemelli, in modo che potesse fare una visita medica. Padre Benedetto le disse che non era possibile, perché c’era il divieto dei superiori maggiori, e lui non poteva disobbedire. Ma la Barelli insisteva in modo incomprensibile, al punto che di fronte all’ennesimo rifiuto di Padre Benedetto si mise perfino a piangere. Padre Benedetto era meravigliato e dispiaciuto. A Foggia, prima della partenza, il padre provinciale aveva detto chiaramente a Padre Gemelli che non gli sarebbe stato permesso fare una visita medica alle ferite di Padre Pio, e Gemelli aveva ribadito che non era interessato a questo. Ora tutto era cambiato. Armida Barelli lo chiedeva con un’insistenza inconcepibile ed era chiaro che lo faceva a nome di Padre Gemelli. Probabilmente Padre Benedetto si consigliò con il padre guardiano e forse anche con Padre Pio. Ma senza sbloccare la situazione. Spiegò alla Barelli che non poteva e non voleva disobbedire ai superiori maggiori e che, nel caso lui lo facesse, Padre Pio non avrebbe accettato di farlo. A un certo punto, visto che tutte le richieste della Barelli non ottenevano nessun risultato, Padre Gemelli si decise a entrare in scena personalmente. E fu lui a chiedere a Padre Benedetto di poter avere un incontro con Padre Pio a quattr’occhi. Quindi, solo un incontro.

Padre Benedetto tornò a parlare con Padre Pio. E finalmente fu raggiunto un compromesso. Padre Pio disse che avrebbe incontrato Padre Gemelli in sacrestia. Non nella propria cella; non nella stanza dove Gemelli alloggiava in quello stesso convento, ma in sacrestia. Quando? Non si sa di preciso, ma da alcune testimonianze si ricava che Padre Pio disse che avrebbe incontrato Padre Gemelli in sacrestia al mattino, quando sarebbe sceso per dire la Messa. In genere Padre Pio celebrava all’alba. Ma non sempre. Comunque, l’appuntamento era fissato in sacrestia, prima che il Padre indossasse i paramenti sacri per la Messa. Gemelli veniva così accontentato in un modo spiccio e in un certo senso anche scortese. Gemelli rimase certamente male. Aveva affrontato un viaggio di 800 chilometri per incontrare Padre Pio, da quasi due giorni si trovava nello stesso convento del confratello, ma non era riuscito a parlargli a quattr’occhi. E ora, questi gli dava appuntamento in sacrestia. Gemelli certamente ribolliva di rabbia e di indignazione, ma non c’erano alternative e si rassegnò.

Emanuele Brunatto (1892-1964)
Emanuele Brunatto (1892-1964)

Al mattino del 19 aprile, Gemelli era nella sacrestia del conventino. Padre Pio arrivò accompagnato da Padre Benedetto e da un laico, Emanuele Brunatto, che viveva in convento da alcuni anni ed era un figlio spirituale di Padre Pio. Padre Benedetto presentò Padre Pio a Padre Gemelli e poi si allontanò insieme a Brunatto, in modo da permettere che il colloquio tra i due avvenisse in riservatezza. Ma non si allontanarono tanto da non poter vedere, e in un certo senso anche sentire.

Nelle loro rispettive testimonianze giurate si legge che quell’incontro fu brevissimo. Durò lo spazio di qualche minuto. Tra i due ci fu uno scambio di battute fredde. Padre Gemelli chiese di poter vedere le stigmate. Padre Pio rispose con una domanda: «Ha il permesso scritto dei miei superiori di Roma?». «No», rispose Gemelli e stava per aggiungere qualcosa, ma Padre Pio lo interruppe bruscamente dicendo: «Allora io non posso farle vedere niente». Si allontanò per andare a indossare i paramenti sacri.

Tutte e due le persone presenti, Padre Benedetto e Brunatto, in seguito affermarono sotto giuramento che l’incontro, brevissimo, era stato burrascoso. Padre Pio era stato volutamente spiccio. Perché? Lui era dotato di quei carismi che vedevano nell’animo delle persone, la “scrutazione” dei cuori: che cosa aveva visto nel cuore di Padre Gemelli? In varie testimonianze del tempo si dice che Padre Gemelli volesse incontrare Padre Pio a quattr’occhi per “ipnotizzarlo”. Era convinto che le stigmate fossero frutto di suggestione e, quindi, attraverso l’ipnotismo, poteva togliere quella suggestione e le stigmate sarebbero sparite. Padre Pio lo aveva capito e non gli permise mai di esercitare quei suoi poteri psicologici. Una teoria che sembra banale. Ma forse non del tutto. Padre Gemelli allora stava perfezionando le sue ricerche sulla psicologia applicata, ed era in quel campo uno degli antesignani. Padre Gerardo Di Flumeri, confratello di Padre Pio e suo biografo, riporta nel suo libro questa ipotesi.

Comunque, è certo che Padre Gemelli fosse furibondo. Stando al giudizio dei due presenti, aveva il volto acceso, conturbato. E così lo videro poi anche gli altri religiosi, i suoi compagni di viaggio. Disse che se ne voleva andare subito. Padre Benedetto cercò di calmarlo. Gli suggerì di fermarsi qualche giorno a Foggia. Gli disse che si sarebbe impegnato a parlare a Padre Pio e a chiedere l’autorizzazione per la visita. Ma Gemelli rifiutò dicendo che aveva impegni urgenti a Milano.

Mentre si preparavano per quella partenza frettolosa, accadde un altro piccolo fatto che dimostra la lucidità con cui Padre Pio aveva agito. Armida Barelli chiese di poter vedere ancora Padre Pio e questi la accontentò molto volentieri. Scese in foresteria e si intrattenne con lei affabilmente, regalandole, alla fine dell’incontro, un’immaginetta della Madonna dietro la quale scrisse un suo pensiero. La Barelli era felicissima. Padre Girardi lesse quel pensiero e ne fu entusiasta. Facendolo vedere a Padre Gemelli gli disse: “Amico, un pensiero come questo non lo scriverebbe neppure Toniolo”. Giuseppe Toniolo, proclamato beato nel 2012, fu uno dei principali protagonisti del movimento cattolico di allora. Era una figura mitica per gli intellettuali cristiani. Gemelli lo stimava moltissimo e Toniolo stimava Gemelli. Fu lui a spingere Gemelli nel progetto della fondazione dell’Università Cattolica.

Padre Gemelli e i suoi compagni di viaggio lasciarono San Giovanni Rotondo per Foggia verso mezzogiorno del 19 aprile. Non è dato sapere se Padre Gemelli ripartì per Milano subito o il giorno successivo. Comunque, in quello stesso pomeriggio scrisse la sua relazione al Sant’Uffizio. La relazione porta, infatti, la data del 19 aprile ed è indirizzata a monsignor Carlo Perosi, assessore del Sant’Uffizio. Quella relazione rimase segreta. Ma negli anni successivi si diceva che fosse stata la causa di tutte le decisioni del Sant’Uffizio.

Nel 1932, padre Luigi d’Alpicella, un religioso che nella provincia dei Frati Cappuccini di Foggia fu vicario, segretario, definitore e titolare di altre cariche importanti, seppe dal cardinale Michele Lega “che Padre Gemelli, di quella sua visita del 1920, aveva inviato al Sant’Uffizio una relazione ‘terribile’ e disse che se io l’avessi letta avrei cambiato il mio giudizio nei riguardi di Padre Pio”.

Padre Pio negli anni Venti del XX secolo.
Padre Pio negli anni Venti del XX secolo.

Padre Luigi, che conosceva bene la storia dell’incontro tra Padre Gemelli e Padre Pio, sentendo il giudizio del cardinale, si allarmò. Era al corrente anche delle chiacchiere che circolavano circa l’arrabbiatura di Gemelli per non essere stato accontentato da Padre Pio e, in vista di possibili problemi, volle ricostruire nei dettagli quella visita, per poterla trasmettere alla storia secondo le testimonianze giurate di tutte le persone che erano presenti in quei giorni nel convento di San Giovanni Rotondo e che quindi avevano assistito di persona a quanto era avvenuto.

Si fece mandare delle relazioni scritte e giurate da tutti i religiosi che erano presenti nel convento nei giorni 17-19 aprile 1920. E anche da quelli che avevano accompagnato Padre Gemelli. Le raccolse poi in una sua lunga e dettagliata “memoria”, che inviò al ministro generale di allora, padre Virgilio Valstagna, nel novembre 1932.

Padre Benedetto da San Marco in Lamis, che era l’accompagnatore ufficiale di Padre Gemelli e che aveva fatto da intermediario tra lui e Padre Pio, nella sua lettera scrisse tra l’altro:

Ricordo quell’incontro con certezza certissima, come se fosse avvenuto ieri, e posso confermare tutto con giuramento. Padre Gemelli chiese un abboccamento con Padre Pio che avvenne in sacrestia. Durò pochi minuti. Ero in un angolo lontano ed ebbi l’impressione che il Padre Pio lo licenziasse come seccato.

Anche lo stesso Padre Pio confermava che Padre Gemelli non aveva mai visto e tanto meno visitato le stigmate. Lo ha riferito padre Mariano Paladino che, dal 1956 al 1960, fu primo cappellano della Casa Sollievo della Sofferenza. Al processo di beatificazione raccontò sotto giuramento:

In quel periodo avvicinavo tutti i giorni Padre Pio… Poiché tra i medici si discuteva sul giudizio che Padre Gemelli aveva dato sulle stigmate del religioso nel 1920, decisi di chiedere direttamente a Padre Pio come si fossero svolte le cose. E lui mi disse: «Padre Agostino Gemelli è venuto da me accompagnato dalla signorina Armida Barelli. Ho parlato con lui poco tempo. Ma egli non mi ha visitato, non ha neanche visto le stigmate. Affermare il contrario è falso e disonestà scientifica». Nel dirmi questo, Padre Pio calcava la voce sulle parole “disonestà scientifica”.


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