Elia Stelluto, il fotografo di Padre Pio

Estratto del libro “Padre Pio santo. La vita e i miracoli”, di Roberto Allegri (2002).

Si è calcolato che l’immagine di Padre Pio è una delle più diffuse e più amate dalla gente. Molte persone, anche non credenti, la tengono nel portafoglio, in casa, o sul cruscotto della loro automobile.

Di un ritratto di Padre Pio, eseguito dal pittore Ulisse Sartini, sono stati stampati, in formato piccolo, tipo santino, tre milioni di esemplari. Agide Finardi, un inventore e artigiano di grande talento, che ha lavorato molti anni accanto a Padre Pio, dopo la morte del religioso ha cominciato a realizzare delle statue per monumenti ed ha richieste anche da ogni parte del mondo.

Si calcola che siano quattro-cinquemila i monumenti finora eretti in onore del “frate con le stigmate” e non solo in Italia o in Europa, ma anche in America, Africa e Asia. A Cotonou, capitale del Benin, nell’Africa occidentale, è stata realizzata qualche hanno fa una importante struttura ospedaliera che si ispira allo spirito della Casa Sollievo della Sofferenza, il grande ospedale voluto da Padre Pio.

Sono soprattutto le fotografie scattate quando il Padre era ancora in vita, che tengono vivo nella mente dei devoti il suo volto. Lo raffigurano sofferente, in preghiera, mentre ride, mentre dice Messa o quando è in compagnia di amici. Vengono stampate su riviste e giornali, utilizzate nei libri, nei santini, nei quadri.

Elia StellutoL’autore di gran parte di quelle immagini è un fotografo di San Giovanni Rotondo, Elia Stelluto, classe 1935. Gli spetta di diritto il titolo di “fotografo di Padre Pio”. Anche perché è stato praticamente l’unico ad aver ottenuto dal Padre una tacita autorizzazione a fotografarlo.

Padre Pio non amava essere ritratto, anzi, odiava avere attorno fotografi e sentire l’obiettivo puntato su di sé. Elia però era speciale. Per Padre Pio era come un figlio. Cresciuto nei pressi del convento, Elia ancora ragazzo si era messo a fare fotografie e il Padre ne era orgoglioso e gli permetteva di essere da lui ripreso incondizionatamente. Per questo Elia Stelluto ha potuto scattare delle immagini che nessuno altro avrebbe potuto fare. Immagini anche della vita privata del Padre, a migliaia.

«Avevo una tale confidenza con Padre Pio che gli ho sempre dato del tu», ha raccontato Elia. «Per me era come un papà. Avevo perfino la chiave del convento, potevo entrare quando volevo. Salivo nel corridoio del primo piano e andavo direttamente nella sua camera. La porta era sempre aperta. Poi mi fermavo a chiacchierare con lui e ne approfittavo sempre per fare qualche fotografia».

«La mia prima foto a Padre Pio risale al 1947. Avevo 12 anni. Facevo dei lavoretti nel negozio di Federico Abresh, un fotografo di origine svizzera, convertito da Padre Pio, che da anni si era trasferito a San Giovanni Rotondo e aveva un negozio di articoli religiosi e di immagini del Padre. Ero affascinato dalla fotografia e Abresh mi permetteva di osservarlo mentre lavorava e stampava. E imparavo».

«A 12 anni, facendo sacrifici immensi, riuscii a comprarmi una piccola macchina fotografica, una Condoretta, la più economica che c’era in commercio, e feci le prime foto a Padre Pio. Le portai ad Abresh che rimase contento ma anche stupito, perché ero riuscito a fotografare il Padre all’interno del convento, dove nessun estraneo poteva entrare. Abresh capì subito che io, avendo confidenza con il Padre, potevo fare delle foto che nessun altro era in grado di fare. Mi incoraggiò e mi sollecitò allora continuare».

Stelluto ricorda che a Padre Pio non importava niente delle foto e quindi non si metteva mai in posa. Accettava, o meglio “subiva”, per fare un piacere a chi lo fotografava. «Io gli facevo vedere sempre tutte le foto che scattavo», ha detto Elia. «Lui le guardava contento. Aveva delle preferenze. Diceva: “Questa mi piace”, oppure: “Guarda come mi hai fatto brutto”. Rideva, scherzava. Ma restituiva tutto. Mai una volta che mi abbia detto: “Questa foto distruggila”. Oppure: “Utilizza questa che è venuta meglio”. Forse non si era reso conto che, crescendo, ero diventato un fotografo professionista. Mi considerava sempre il ragazzino, il chierichetto. “Uagliò”, mi chiamava sempre. Oppure, sapeva tutto, ma fingeva di non sapere niente per permettermi di guadagnare qualcosa. Si era certamente accorto che, con quel lavoro, le mie condizioni di vita erano migliorate e anche quelle della mia famiglia ne avevano avuto un vantaggio. Di questo era molto contento».

Foto ricordo del giovane Elia Stelluto con Padre Pio.
Foto ricordo del giovane Elia Stelluto con Padre Pio.

«Nel 1954 andai a salutarlo perché partivo per l’Argentina. Mia madre, su consiglio di Padre Pio, aveva deciso di raggiungere papà che laggiù aveva trovato un buon lavoro. Ero molto addolorato nel dover lasciare il Padre. Anche lui era dispiaciuto che me ne andassi, ma voleva che la mia famiglia si riunisse. Andai nella sua cella per l’ultimo saluto. Mi feci accompagnare da un amico fotografo perché volevo partire con una foto ricorda assieme al Padre. Glielo dissi e gli chiesi di posare accanto a me. “Sì, sì, molto volentieri”, rispose. Mi avvicinai e lo presi sottobraccio. Il mio amico puntò la macchina fotografica, ma Padre Pio disse: “Non qui. Lo sai che non posso farmi fotografare qui nel convento”. Mi misi a ridere: “Ma, Padre”, dissi, “in tutti questi anni ti ho fatto centinaia di foto qui in convento, non vedo perché non se ne possa fare un’altra”. E lui serio: “Ma tu sei un ugliò mentre quello è un fotografo vero. Ho l’ordine dai superiori di non farmi fotografare in convento”, e si avviò per scendere giù, dove facemmo la foto insieme. Capii allora che, in tutti quegli anni, ero riuscito a fare tante fotografie in convento a Padre Pio perché per lui ero un ragazzo, il chierichetto, e non un fotografo autentico».

Tornando con i ricordi ai tempi lontani, Elia Stelluto ricorda che una volta fu aspramente rimproverato dal Padre. «Abresh mi aveva chiesto una foto particolare, voleva un bel primo piano delle stigmate. Il Padre, durante la celebrazione della Messa, si toglieva i mezzi guanti che coprivano le piaghe delle mani e al termine, quando dava la benedizione, era possibile vedere la sua mano destra alzata, piena di sangue. Abresh mi chiese di fotografare il Padre proprio in quel momento. Era una foto difficile. Nella chiesa, a quell’ora del convento, non c’era la luce. Per avere una buona immagine occorreva avere un flash. Non lo avevo mai usato prima e allora me ne procurai uno. Quando la scattai, la chiesa fu illuminata da un forte lampo. Padre Pio si spaventò e cominciò a gridare: “Chiamate i carabinieri, arrestate quel pazzo”. Mi sentii un verme. La gente mi guardava».

Questa è la foto con il flash di cui parla Elia Stelluto nel racconto.
Questa è la foto con il flash di cui parla Elia Stelluto nel racconto.

«Confuso e addolorato, raggiunsi il Padre nella sacrestia. Andai a baciargli la mano come facevo sempre e gli dissi: “Padre, devi scusarmi, non pensavo che ti arrabbiassi tanto”. “Ah, eri tu che volevi uccidermi”, disse lui. Sorrideva però e capii che non era più arrabbiato. “Mi hai accecato”, disse ancora. “Non vedevo più niente, avevo perduto l’equilibrio e stavo per cadere a terra”. “Mi dispiace, non pensavo che causare un guaio del genere”, risposi. “Ma perché usi quel mastrillo”, disse indicando il flash (“mastrillo” in dialetto significa trappola per topi). Gli spiegai che in chiesa non c’era luce a sufficienza e quel mastrillo era necessario. Ascoltò poi, incredulo, aggiunse: “Uagliò, non ti complicare la vita. Fa tutte le foto che vuoi, ma senza quel mastrillo. Verrai che verranno bene lo stesso”. Lo salutai e me ne tornai da Abresh. Avevo il morale a terra e avevo deciso di non usare più il flash per fotografare Padre Pio. Ma Abresh mi incaricò di fare, il giorno dopo, sempre nel corso della Messa di Padre Pio, le foto a un bambino che il Padre avrebbe ammesso alla prima Comunione. Rifiutai perché non volevo usare il flash. Durante la notte continuai a pensare alle parole del Padre: “Fai tutte le foto che vuoi ma senza quel mastrillo e vedrai che verranno bene”. Se lui mi aveva detto così, dovevo obbedire. Al mattino andai alla Messa e fece le foto senza il flash. Usai dei tempi e delle aperture di diaframma scelte a caso. Non avevo neppure il cavalletto per tenere la macchina immobile. Quando sviluppai, rimasi interdetto: le foto erano bellissime, sembravano fatte alla luce del sole e nessuna era mossa».

Negli ultimi anni Elia Stelluto è diventato un “ambasciatore” di Padre Pio. Ha tirato fuori dai suoi archivi migliaia di negativi di foto da lui scattate al Padre, ha scelto le immagini più suggestive e le ha stampate su legno, in formato grande, ottenendo delle tavole straordinarie che presenta in singolari e bellissime mostre. Ha presentato le sue foto in varie città italiane, ma anche all’estero, ed è stato invitato la mostra persino in Australia.

San Pio gravemente malato nel maggio del 1959.
San Pio gravemente malato nel maggio del 1959.

Tra le varie immagini ce ne sono alcune inedite, mai viste. «Questa, per esempio», dice Elia Stelluto, mostrando una foto dove si vede Padre Pio a letto. «Risale al maggio 1959. Da diversi mesi il Padre era ammalato e non scendeva in chiesa neppure a dire la Messa. Si sussurrava che avesse un tumore ai polmoni e che dovesse morire. Andavo spesso a trovarlo. Un giorno entrai nella sua cella ed era addormentato. Mi avvicinai al letto e lui non si mosse. Avevo la macchina fotografica e non resistetti al desiderio di fotografarlo. Scattai alcune immagini e poi me ne andai. Non gli dissi mai nulla di quelle foto ma sono sicuro che lui aveva visto tutto. Comunque restano immagini straordinarie. Non solo perché si vede Padre Pio a letto, con un’espressione del viso sofferente. Ma perché documenta la semplicità e la povertà della sua camera».

«Un’altra foto inedita è quella che scattai una mattina del settembre 1964. In quel periodo Padre Pio stava facendo gli esorcismi a una ragazza indemoniata. Il demonio lo minacciava. Una mattina, l’indemoniata, passando in mezzo alla gente in attesa della Messa di Padre Pio, continuava a ripetere con voce cavernosa: Questa notte gliel’ho date io a quel vecchio, e vedrete che non scenderà per la Messa. Infatti era accaduto proprio così. Durante la notte nella cella del Padre c’era stato il finimondo. I confratelli, sentendo quei rumori terribili, erano accorsi e avevano trovato il Padre a terra, pieno di lividi sanguinanti ed erano stati costretti a chiamare il medico. Era così mal ridotto che non era potuto scendere per la Messa. La mia foto risale al giorno successivo e sul suo viso si vedono ancora i lividi delle botte che aveva ricevuto da Satana».

«Simpatica è la foto del Padre che si mette in bocca una caramella, ricevuta in dono da un fedele».

«Importante quella con l’onorevole Moro, mentre sorride conversando con quell’uomo politico. Però subito dopo averlo salutato, il Padre era diventato di colpo triste e aveva detto: “Quanto sangue, quanto sangue”, intuendo forse la tragedia che sarebbe accaduta».

«Ci sono poi le foto dell’ultima Messa, che documentano come dalle mani di Padre Pio erano scomparse le stigmate. Di quella Messa realizzai anche un filmino, che feci poi commentare al professor Enrico Medi, il celebre scienziato figlio spirituale di Padre Pio. Quel documento eccezionale è rimasto sempre nei miei cassetti e l’ho tirato fuori nel 1999, quando Padre Pio è stato beatificato, realizzando una videocassetta».


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