“Padre Pio è prima di tutto un uomo di preghiera”. L’omaggio del card. Giacomo Lercaro

San Giovanni Rotondo, 8 dicembre 1968. Discorso di S. Em. il card. Giacomo Lercaro in commemorazione di Padre Pio da Pietrelcina.

È con un sentimento di profonda umiltà che mi rivolgo a voi, questa mattina, religiosi dell’ordine, fedeli dei Gruppi di Preghiera, miei cari fratelli.

Questo sentimento di umiltà mi è imposto dalla figura di Padre Pio, alla quale la morte improvvisa, e tuttavia attesa, ha conferito l’ultimo ritocco e, trasferendola al di à delle vicissitudini di questo mondo, ha permesso a tutti – anche ai suoi avversari più ostinati – d’intravedere per lo meno la sua statura spirituale…

San Pio e il card. Lercaro inaugurano insieme la Casa Sollievo della Sofferenza.
San Pio e il card. Lercaro inaugurano insieme la Casa Sollievo della Sofferenza.

Di lui tacerò i fatti singolari, che hanno tuttavia contribuito ad attirare sull’umile Cappuccino di un piccolo convento del Gargano l’attenzione del mondo intero, di tutto il mondo: le stimmate, il profumo misterioso, i doni di profezia, di conoscenza dei cuori… Non li nego e non li affermo: ne rimetto il discernimento e il giudizio della Chiesa.

Penso, come San Paolo, che non sono questi doni dello Spirito a farne la grandezza, perché sono – come tutte le grazie – doni gratuiti che l’unico Signore distribuisce a suo piacimento, vengono dati per il bene del Corpo mistico, e cioè della comunità della Chiesa, di cui Cristo è il capo.

Davanti a queste manifestazioni dello Spirito di Dio non ci resta che ringraziare la bontà divina per il tesoro di illuminazione, di conversione, di incoraggiamento al bene, di conforto e di speranza che trasmettono al mondo misterioso delle anime, collaborando (e a volte operando) a spezzare i cuori induriti e i vincoli tenaci, così come spingere sulla via della generosità più ardita e impegnata energie che, fino a ieri, venivano sprecati nell’indolenza spirituale o nel peccato.

Tuttavia, essendo stato chiamato a commemorare Padre Pio, voglio ricordare e commentare il suo più autentico titolo di gloria, quello a cui tutte le manifestazioni della grazia fanno, per così dire, che da cornice e da elemento di richiamo per gli uomini – troppo spesso distratti o miopi per portare il loro sguardo, la loro attenzione e la loro venerazione sull’impegno essenziale del cristiano – rappresentato da Gesù Cristo, il Figlio unico di Dio che si è fatto nostro fratello maggiore, nel quale il Padre trova la sua compiacenza, e che è per noi l’unico Maestro e il Modello supremo.

In effetti, afferma San Paolo, tutti coloro che Dio troverà simili all’immagine di suo Figlio, secondo il divino disegno della grazia, condivideranno la sua gloria. Questo impegno, che suggerì all’apostolo Paolo il suo affascinante vocabolario, lo portò anche a provare nella sua persona, intensamente, gli stessi sentimenti del Cristo e a constatare che, anche se era ancora lui, Paolo a vivere, tuttavia non era proprio più lui che viveva, ma il Cristo che viveva in lui e che la sua vita era il Cristo…

In Padre Pio, questo impegno ascetico fu costante e, come nell’apostolo Paolo, ebbe il sigillo nella condivisione della Croce. Come San Paolo, Padre Pio poteva affermare di soffrire con il Cristo e di essere crocifisso con Lui, portando – sempre secondo l’ardita affermazione di San Paolo – con la sua sofferenza un completamento a ciò che manda alla Passione.

Non è possibile affrontare in forma appropriata tutta la vita – apparentemente monotona e sempre uguale – del Padre per rievocarne l’amorosa e generosa configurazione al Signore. Mi fermerò su tre elementi, convinto che la loro evocazione sarà per me – e penso anche a voi – oggi particolarmente utile.

Prima di tutto lo spirito di orazione, anima dell’apostolato, Padre Pio è, come Gesù, l’uomo del colloquio: un uomo di preghiera…

Ricordo il mio primo incontro con lui, in anni ormai lontani: lo trovai nel piccolo coro dell’antica chiesa delle Grazie, nel suo luogo di preghiera. Ne fui veramente contento, anche se questo avrebbe ritardato il mio incontro con lui che, in modo del tutto evidente, non intendeva interrompere il suo colloquio con Dio. Mi sembrò che fosse proprio così che bisognava incontrarlo: in preghiera.

Messa all’alba, in mezzo ad un’assemblea numerosa, ma raccolta e rapita, così come l’orazione silenziosa nel piccolo coro, erano, in effetti, le radici di quella forza soprannaturale che doveva dare vigore alla sua parola illuminante, a volte burbera e dura, ma così persuasiva e confortante…

Padre Pio sentì così profondamente la forza sovrumana della preghiera, che volle renderla più facile ai suoi figli spirituali, ogni giorno più numerosi nel mondo, per poi lasciarla a loro in preziosa eredità, con lo scopo di continuare la sua costante sollecitudine per l’avvento del regno di Dio nelle anime e nel mondo.

Fu così che nacquero i Gruppi di Preghiera, che riunivano periodicamente i suoi figli spirituali per pregare insieme e, sempre insieme, meditare sull’efficacia creativa dell’insostituibile forza di Dio per il bene del mondo.

È sorprendente – e sarebbe anche inspiegabile se il Vangelo non ci avesse avvisati dell’incomprensione degli uomini (Giovanni) – come i Gruppi di Preghiera abbiano incontrato tante difficoltà e ostilità proprio dove si sarebbero logicamente aspettati incoraggiamenti ed espansioni.

E tuttavia, al voler andare al fondo delle cose, è stato il Signore Gesù ad incoraggiarli, quando affermò che dove due o tre persone si sarebbero riunite nel suo Nome, si sarebbe trovato in mezzo a loro, mentre il Padre avrebbe esaudito ogni loro richiesta…

Ma ciò che sorprende e rattrista ancora di più e che le sentinelle collocate, per seguire l’immagine di Isaia, a vegliare nella notte dei tempi, non hanno seguito nell’attualità di questo richiamo alla luce e alla forza di Dio, in un mondo che, come il nostro, nella sua pretesa sì secolarizzazione, nega o ignora Dio.

In questo modo la sua opera di costruzione, priva della componente verticale, non soltanto si preclude l’orizzonte di ogni speranza al di là della terra, ma finisce per rendere lo stesso panorama terrestre, pur con tutto lo sforzo della ricerca scientifica e le risorse di una tecnica molto avanzata, terribilmente molto insanguinato e devastato dalla fame e avvelenato dai germi esplosivi delle divisioni, degli odi e delle violenze…

Su questo panorama così lugubremente dominato da ciò che si è voluto chiamare – paradossalmente ma non senza un amaro accento di una verità – “teologia della morte di Dio”, si è radicato il messianismo, come unica ragione di speranza per il mondo lacerato dalle differenze di livello sociale.

Ma si tratta di un messianismo immanente, che tende alla redenzione delle cose ricercandola attraverso la lotta e non attraverso l’amore: come se fosse possibile placare le esigenze dello spirito con la sola civiltà del benessere in terra e come se l’odio potesse essere costruttivo.

I Gruppi di Preghiera, in un mondo così fatto – per quanto concerne il richiamo dell’uomo evangelico sulla necessità di Dio, delle sue certezze e delle sue speranze, della sua carità e della sua grazia, per una salvezza nella vita al di là della vita – rappresentano una manifestazione collettiva di fiducia nella paternità amorosa del Signore e, nello stesso tempo costituiscono un vincolo di fraternità che unisce tutti quelli che vi partecipano e che riescono così a superare tutte le miserie, tutte le indigenze, tutte le sofferenze.

La “perseveranza nell’orazione” e nella “frazione del pane” univa i primi fratelli, sotto il diretto “insegnamento degli Apostoli”, e ne faceva “un cuor solo e un’anima sola”, in modo che, secondo l’annotazione sociale dello scrittore ispirato Luca, “non c’era fra di loro nessun bisogno”…

Il giorno prima della sua morte Padre Pio che, nel silenzio, aveva sempre alimentato la preghiera dei Gruppi, ne vide finalmente la suprema approvazione. Terminò così tra i cori dei fedeli in preghiera, la sua missione su questa terra.

In realtà, questa era stata una continua preghiera, una supplica persistente al Padre, per presentargli – con il Cristo, nel Cristo e per il Cristo – le necessità e i dolori, le speranze e le ansie della Chiesa e del mondo.

Nel suo sacerdozio, la mediazione dell’unico Mediatore si realizzava attraverso l’offerta incessante che l’univa alla vittima dell’altare e, dietro suo invito, così come intorno all’altare di un modesto santuario, le anime del mondo intero si raccoglievano in assemblea e univano il coro delle loro preghiere vocali agli irresistibili gemiti del Cristo.

Ma fu la povertà ad avvicinare il modo peculiare Padre Pio al Cristo, Figlio di Dio, fattosi per noi povero e nudo, nella stalla e sulla croce; al Cristo in esilio e umilissimo artigiano in una borgata, senza tetto e senza pane sulla strade della terra miserabile che aveva scelto come teatro della sua opera…

Come Cristo, Padre Pio fu povero, e non solo per il voto di povertà che aveva fatto in un ordine caratterizzato, fin dall’inizio e dalla riforma successiva, da una povertà effettiva, ma perché di fatto visse la sua vita di cappuccino nella cella di un umile convento del Mezzogiorno d’Italia, senza mai uscire per stendere lo sguardo su un orizzonte più vasto: e cioè la povertà del tempo passato, che non aveva mai visto la città e che non conosceva né le emozioni di un viaggio, né la gioia magica di un’escursione…

Padre Pio non poteva dire come Gesù: «Le volpi hanno una tana e gli uccelli un nido, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra su cui posare il capo…», perché aveva nel piccolo convento delle Grazie una cella, un letto, un cuscino.

Ma Padre Pio non sedeva sulle colline fiorite di anemoni, non saliva sulle montagne e non attraversava un lago che rabbrividiva sotto la brezza o battuto dai venti… Il suo mondo esterno era veramente piccolo e ristretto, a volte, nei momenti di persecuzione acuta, limitato – ma possiamo chiamarlo così? – il mondo del carcerato… il mondo dei più poveri tra i poveri, quelli che non hanno nemmeno l’aria di cui godono gli uccelli e i fiori…

E, anche se la ricchezza affluiva verso di lui, le sue mani continuava ad essere vuote… Sono state messe in discussione le stigmate di Padre Pio, ma nessuno ha mai messo in dubbio il suo distacco totale dal denaro…

In effetti, come Cristo, si era fatto povero per arricchire gli altri: Ut diratet nos!

Con la fantasia di un sognatore, ebbe l’idea, che difese con insistenza contro tutte le difficoltà e che poi di fatto portò a compimento, di fondare la Casa Sollievo della Sofferenza, che costruì funzionale – dotata di tutte le risorse offerte ai nostri giorni dalla scienza e della tecnica – bella, dignitosa e insieme ricca e imponente nell’aspetto: aperta gratuitamente ai poveri, ma anche abbastanza allettante per le persone agiate, con cure, trattamenti, assistenza, uguali e piene di amore per tutti…

È così che fu creata, sull’arida roccia del Gargano, tra i mandorli in fiore e i fichi d’India spinosi, una delle cliniche più moderne. E fu così che le più illustri celebrità della medicina mondiale tennero un simposio, per celebrarne l’apertura…

L’Opera, che fu per Padre Pio causa di tante sofferenze e per la quale fu in grado di suscitare in tanti cuori il grande respiro della generosità cristiana, è la più felice e autentica interpretazione della carità evangelica, sostenuta, nel suo impegno di dedizione, dal distacco della povertà.

È veramente singolare – e a questo punto non ho paura di pronunciare la parola “prodigioso” – è veramente prodigioso che un umile figlio della povera terra dell’Italia del Sud, allora povero anche lui allo stesso modo, cresciuto nell’ambiente spoglio del convento cappuccino, abbia concepito, per pura intuizione e con lucida chiarezza, e che abbia voluto con tanta energia ciò che, in ambienti ben diversi e con tutt’altra educazione, altri, non soltanto non riuscivano a concepire, ma che, vedendola realizzata, non erano capaci di apprezzarla e di comprenderla…

Padre Pio volle che il malato povero ricevesse un’ospitalità e un’assistenza qualificata e che tutte le risorse della scienza venissero impiegate per la sua esistenza in una cornice confortevole e dignitosa. Superò così, quasi con un balzo, il clima deprimente “dell’ospizio” tradizionale e l’atmosfera mortificante di un’assistenza che riservava all’indigente le briciole del banchetto, quelle briciole che, secondo il Vangelo, sono destinate ai cani…

Padre Pio aveva capito, e in modo più concreto del grande Bossuet, l’imminente dignità dei poveri nella Chiesa. Lui che aveva amorevolmente sposato la povertà nella luce della fede, che era l’unica guida del suo pensiero e della sua azione, vedeva chiaramente nel povero, secondo la parola evangelica, il Signore presente o, per meglio dire, secondo la sua preziosa esegi, due volte presente nel povero ammalato…

Il Padre credeva – e lo credeva concretamente – alla sentenza anticipa del Giudice supremo: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare… Ero infermo e mi avete visitato… Tutte le volte che avete fatto questo al più piccolo dei miei fratelli, è a me che lo avete fatto…».

E a Gesù, l’unico Signore, voleva riservare tutte le attenzioni: infatti, Gesù non si era forse lamentato con Simone il fariseo perché quest’ultimo, nel riceverlo, gli aveva rifiutato le attenzioni che di solito si riservavano agli ospiti importanti? «Sono entrato in questa casa e non mi hai offerto l’acqua per lavarmi i piedi… Non mi hai baciato… Non hai versato il profumo sul mio corpo». E il Signore aveva concluso, facendo un paragone con l’atteggiamento della pubblica peccatrice: «Tu mi hai amato di meno!…».

Gesù non lo si può amore di meno!…

Ed Egli è misteriosamente presente nel povero, nel malato; è a Lui che vanno tutte le attenzioni di un’ospitalità che ne sente la presenza, anche se sotto il velo della miseria, e che l’adora!

Direi che questo è il nuovo stile della carità: nuovo perché solo il Vangelo ha rivelato in Gesù il nome del povero, umile e indifeso, di cui l’Antico Testamento aveva già fatto sentire la voce anonima; infatti, anche dopo l’annuncio evangelico portato ai poveri, gli egoismi umani hanno, per secoli, troppo spesso “avvilito il povero”, nonostante la minaccia dello Spirito nella lettera di San Giacomo…

Per Padre Pio si era modellato sull’esempio di Gesù, per offrire ai poveri, con l’efficacia che nasceva dal senso di fraternità, il sollievo che la ricchezza offre alle persone agiate, e aveva fatto sentire al mondo secolarizzato la fecondità sociale della Chiesa, carità di Cristo e della sua povertà.

Tuttavia, la configurazione di Padre Pio con il Cristo è resa luminosa soprattutto dalla sofferenza… La sua vita è una passione e gli accostamenti con la sofferenza del Salvatore sono fin troppo evidenti.

Cominciando naturalmente con l’incredulità e le persecuzioni di coloro che, per primi, avrebbero potuto e dovuto capire, mentre invece le folle umili e sincere assediavano la chiesa delle Grazie e il confessionale del Padre e, per citare la parola di Luca (6, 11), «venivano da tutta la Giudea e da Gerusalemme e dalla costa di Tiro e di Sidone», insomma dal mondo intero, «per ascoltare e farsi guarire dalle loro infermità e… tutti cercavano di toccarlo perché da lui emanava una forza che gli guariva tutti».

La passione di Padre Pio visse due momenti di particolare intensità. Il primo, quando il suo nome aveva cominciato a circolare ampiamente, in segno di venerazione, tra il popolo di Dio, mentre erano stati oggetto di discussione i fenomeni straordinari che attiravano l’attenzione sul Cappuccino del Gargano: proprio allora l’austerità della sua umile vita, e lo zelo della sua parola e del suo ministero nascosto imbarazzavano i pastori del posto e provocavano la crisi della Chiesa di Manfredionia, avvelenata dall’infedeltà, infangata da “abominazioni connesse nel luogo santo” e coperte da mostruose e connivenze interessate.

Gli esseri spregevoli, portati allo scoperto da una vita santa e da un ministero immacolato, venivano disgraziatamente ascoltati, mentre denunciavano l’umile frate con un’ipocrisia esibizionista e mentre dichiaravano i fatti miracolosi che gli procuravano le fiducia della folla dei fedeli non erano solo illusioni, ma vere e proprie truffe.

La condanna dell’autorità superiore e il verdetto che la provocò non giustificano da un esame obiettivo, lo trovarono, come le decisioni dell’autorità lo trovano sempre, pronto all’ubbidienza silenziosa…

«Gesù taceva», dice san Giovanni. Le parole dell’evangelista, che sottolineano il silenzio di Gesù davanti alla schiera dei suoi accusatori, un silenzio che stupisce profondamente il giudice romano, riassumono quarant’anni di vita tormentata di Padre Pio… Si è parlato di lui, si è scritto su di lui… È stato condannato, è stato preso in giro… E lui taceva.

Il silenzio. È una componente della vita ascetica; è il requisito del colloquio con Dio e della vita interiore; è la premessa di ogni parola sensata che possa portare luce e forza agli uomini, è stata la misteriosa propedentina alle grandi missioni di Mosè, Elia, Giovanni Battista…; Gesù, che è la Parola viva ed eterna del Padre, l’unica Parola di verità e di vita, lo visse per trent’anni…; il silenzio diventava però eroismo quando tace alle calunnie, quando non reagisce agli insulti, quando non rivendica il dovuto, quando non denuncia i favoritismi, l’ingiustizia, il delitto… «È Gesù taceva»…

Arrivò così la seconda stagione del dramma misterioso: la nuova persecuzione, incredibilmente temeraria e cinicamente crudele, contro il giusto disarmato dalla beatitudine dei poveri, dei miti, dei perseguitati per la giustizia, veniva scatenata da antiche amarezze di uomini travolti dalla vita, che nel frattempo avevano illuminato con la verità dei fatti, l’umile frate calunniato…

Ciò che affliggeva Padre Pio fino all’angoscia non era che, contro ogni norma giuridica, si tentasse di disporre delle ricchezze legate alla Casa Sollievo della Sofferenza, sostenuta dalla carità dei suoi figli spirituali. Certo, doveva difendere le intenzioni dei benefattori e proprio per questo gli era stato concesso, nonostante il suo voto di povertà, di disporre di questi beni, come se fossero di suo proprietà… tanto che lui rimasse inflessibile, con umiltà e serenità…

Ma ciò che lo afflisse nel più profondo dell’anima, ciò che lo faceva agonizzare come il Salvatore nel giardino degli Ulivi, non fu tanto il soffrire “per” la Chiesa, ma “attraverso” la Chiesa, attraverso uomini di Chiesa che trasferivano nella comunità, anima dalla Spirito di Cristo e resa ammirabile dal sacramento di salvezza, il peso delle loro miserie, delle loro avidità, delle loro ambizioni, delle loro meschinità e delle loro deviazioni…

Provò l’amarezza delle loro procedure arbitrarie, delle misure durissime, ingiuriose, maligne, senza reagire o reclamare… Venne isolato dagli amici e, come Gesù, poté dire: “Ho cercato invano qualcuno che mi consoli… Hanno allontanato da me amici e fratelli…”. Al loro posto arrivarono gli avversari, spinti, nell’astio deplorevole della mediocrità che non sopporta la superiorità della virtù, da potenti appoggi. I suoi stessi fratelli diventarono i suoi aguzzini e colui che – in conformità con la tradizione cappuccina – gli era stato dato come bastone della vecchiaia, ne fu il miserabile traditore e colorò di sacrilegio il suo bacio proditorio…

«E Gesù taceva!…». Anche la Provvidenza taceva. Lasciava, come nella Passione di Nostro Signore, gli uomini in preda alle loro passioni, senza sconvolgerne i piani, con interventi dall’alto. «Mio Dio, mio Dio», dovette gemere nel profondo del suo cuore il vecchio frate malato e affaticato, «perché mi hai abbandonato?»… E taceva anche lui… La sua umiltà, la sua ubbidienza, la sua carità, non vennero mai meno…; e non perse mai la fiducia.

Volevano mettere una pietra sepolcrare a San Giovanni Rotondo, ma non ci sono riusciti perché lì c’è il dito di Dio.

E continuò, ormai spossato dagli anni, dalle fatiche, dai digiuni, dall’asma, dalle sofferenze interiori, a seminare intorno a lui, nelle anime che gli si avvicinavano, scintille di fede, di speranza, di generosità, di amore…

Non c’è forse niente di più grande in Padre Pio, povero frate del Gargano conosciuto e ammirato da tutto il mondo, del suo silenzio, persistente, quasi ostinato, anche se umile, amore per la Chiesa, della sua fedeltà alla Chiesa, della sua disponibilità totale che, al primo vento, gli permise di prepararsi con serenità a partire per la Spagna e, al secondo, di cedere con assoluta semplicità la realizzazione terrena che aveva tanto sognato e amato sopra ogni cosa…

La sua ultima parola, allorquando più nessun velo gli nascondeva la prossima partenza dall’esilio tormentato e crocifisso per la sua patria, fu proprio una lettera di devozione filiale e affettuosa per la Sede Apostolica…

E poi, in silenzio, com’era vissuto, se n’è andato…

Padre Pio era povero: lo era sempre stato, anche quando un privilegio lo aveva autorizzato a mettere a suo nome la Casa Sollievo della Sofferenza. In effetti, si trattava di una clausola giuridica di salvaguardare le finalità della Casa.

Ma lui, anche se poverissimo, ha tuttavia lasciato un testamento e si tratta di un’eredità preziosa: il suo esempio, il suo spirito, la sua preghiera, la sua carità, la sua comunione di fede e di amore con l’ordine di cui era figlio, di cui papa Paolo VI lo ha dichiarato modello… e con la santa Chiesa di Dio… È quindi anche a noi incombe la responsabilità di accogliere devotamente e di rendere fruttuoso questo patrimonio.

Troppo spesso, a causa di un individualismo naturale più che cristiano, siamo indotti a cercare nelle anime luminose dei “protettori”.

Il disegno amoroso di Dio vuole forse che queste anime luminose ci servano, invece, da esempio: un esempio chiaro e vicino, che ci faciliti l’unica vera realizzazione per cui possiamo utilmente vivere e agire: una perfetta conformità a Cristo!

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