All’origine della seconda persecuzione

Estratto del libro “La vera storia di Padre Pio” di Enrico Malatesta (Edizioni Piemme, 1999).

Il documento denominato Relazione Negrisolo e costituente il fondo acquisito al Processo Diocesano per la Causa di Canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina ma stranamente stralciato dagli atti del Processo poi inviato a Roma alla Congregazione delle Cause dei Santi. […]


Don Attilio Negrisolo qualche anno prima della morte.
Don Attilio Negrisolo qualche anno prima della morte.

Per l’ubbidienza dovuta a Dio e alla sua legge – parla don Attilio Negrisolo – che vietano la menzogna, l’imbroglio e la frode in merito al decreto del 21 aprile 1970, dichiaro quanto segue: è un decreto costruito su documenti falsificati, mutilati ed inventati: nessuno, conosciuta la frode, può accettarlo senza mancare alla legge divina: sarebbe farsi complice della menzogna, dell’imbroglio e dell’inganno.  Anche un bambino è in grado di rilevarne i documenti imbrogliati e falsificati.

Per questo rifiuto quel decreto e ne dimostro ancora una volta la catena di falsificazioni con cui è stato imbastito. Accettarlo sarebbe peccare.

I] Il Decreto del 21 aprile del 1970, a pag. 1, fa riferimento, prima di tutto, al documento del Bollettino Diocesano di Padova del nov. die. 1956, pag. 563. Il testo integrale del documento, nel Bollettino Diocesano, è completamente diverso da quello riportato dal decreto del 21 aprile 1970. A pag. 563 del Bollettino questo è il testo esatto:

«Il Vescovo sottolinea poi la necessità di evitare ogni esagerazione nelle forme di devozione. Si sconsigliano perciò sacerdoti e fedeli dall’organizzare in diocesi pellegrinaggi al Padre Pio da Pietrelcina ed anche celebrazioni di S Messe e cenacoli di preghiera in unione al predetto Padre. Si ritiene che ciò non corrisponde al Sensus Ecclesiae Christi, perché la Chiesa riserva certe determinate manifestazioni ai Servi di Dio già defunti».

Questo testo contiene un errore contro la fede, perché vi si afferma che è male pregare per una persona.

Il testo riportato dal decreto del 21 aprile 1970 risulta falsificato, perché è mutilato proprio di tutta la parte che contiene l’eresia: è frode! Si limita infatti la Commissione Speciale a dire che: «Il Vescovo sconsigliava sacerdoti e fedeli dall’organizzare in Diocesi pellegrinaggi al Padre Pio da Pietrelcina, celebrazioni di S. Messe e Cenacoli di preghiera in unione al predetto Padre»: cita la pag. 563 del Bollettino Diocesano del nov. die. 1956; ma il testo a pag. 563 è completamente diverso: citandolo tutto, la Commissione Speciale avrebbe dovuto constatare l’eresia: la questione era finita. Nessuno può accettare un’eresia.

Don Attilio durante una confessione con P. Pio.
Don Attilio Negrisolo durante una confessione con Padre Pio.

Padre Pio da Pietrelcina ha messo subito in evidenza l’errore contro la fede e mi ha detto di sostenere che quella è una eresia, anche davanti al Papa. La mia vicenda è legata a questa eresia. I fatti sono questi.

Quando apparve il Bollettino Diocesano con il testo contenente l’errore contro la fede, che la Commissione Speciale ha, con frode, evitato di riportare, il Vescovo Mons. Girolamo Bortignon mi chiese cosa ne pensassi. Gli risposi che ne ero rimasto male. Lui mi incaricò di portare quel testo a Padre Pio e che gli chiedessi il parere su quel testo. Ho eseguito l’ordine. Riferii a Padre Pio la richiesta del Vescovo. Padre Pio volle che l’assicurassi che era veramente il Vescovo a mandarmi. Solo a questa assicurazione, mi disse il suo parere.

Il Servo di Dio Padre Pio da Pietrelcina mise in evidenza Terrore contro la fede e anche la capziosità di tutto il testo. Riportai la risposta di Padre Pio al Vescovo. Ascoltatela, mi disse: «Padre Pio mi ha capito male e voi siete tutti pazzi e fanatici!». Riferii a Padre Pio quanto mi aveva detto il Vescovo e cioè che P. Pio l’aveva capito male. Padre Pio mi rispose: «Lui ha scritto male, io ho capito bene». Riportai le parole di Padre Pio al Vescovo, che mi diede un biglietto per Padre Pio. Lo portai a Padre Pio. Dopo averlo letto, Padre Pio mi disse: «Facciamo buon viso a cattivo gioco».

Difatti il Vescovo si vendicò della risposta di Padre Pio. L’occasione gli fu offerta dalla elezione al Pontificato di S.S. Giovanni XXIII. Il Vescovo di Padova sfruttò l’amicizia stretta a Venezia dal Sommo Pontefice, per colpire a morte Padre Pio e distruggerlo se gli fosse stato possibile! Accusò Padre Pio davanti ai Papa di essere un pericolo per la Chiesa, perché sostenitore di ribelli alla Autorità Ecclesiastica. II Vescovo di Padova ha portato anche la mia persona come prova di ribellione all’Autorità Ecclesiastica, inventando che Padre Pio ne era sostenitore. Padre Pio spesso mi ha informato di queste gravissime calunnie del mio Vescovo davanti al Papa. So di due incontri del mio Vescovo con S. S. Giovanni XXIII: il primo, alla fine del 1958, il secondo, il 2 luglio 1959.

Padre Pio, già dopo il primo incontro del Vescovo di Padova con S. S. Giovanni XXIII, in occasione dell’incontro con i Vescovi Veneti, alla fine del 1958, uscì con questa frase poetica, che dopo si è verificata in tutta la sua realtà: «Ciel sereno non teme l’uragano!». Dopo il primo incontro con il Papa, il Vescovo cominciò subito a farmi chiamare dal Vicario Generale: ricordo che gli risposi, chiedendogli se il Vaticano era a Roma o a Padova. Era l’inizio della persecuzione. Chi avrebbe immaginalo allora l’uragano spaventoso che si sarebbe scatenato a metà dei 1960 contro Padre Pio e la sua opera? Più chiare sono state le parole di P. Pio dopo il secondo Incontro del Vescovo con il Papa, avvenuto il 2 luglio 1959.

Padre Pio mi informò di tutto alla fine di luglio del 1959. Mi disse che il Vescovo mi aveva messo in cattiva luce davanti al Papa, che l’accusa era sulla “risposta” che lui mi aveva dato in merito al testo del Bollettino Diocesano. Mi ribadì che quello era un errore contro la fede, che dovevo sostenerlo anche davanti al Papa, che era il colmo che fossero dei Vescovi a portare confusione nella Chiesa, che mi dovevo difendere. Mi spiegò poi in successivi incontri che il Vescovo voleva distruggere la sua opera: «Ha distrutto la sua opera e vorrebbe distruggere la mia!».

Vaticano, dicembre 1958. Approfittando della consacrazione episcopale dell'amico Albino Luciani, mons. Bortignon diffama Padre Pio e i suoi figli spirituali presso papa Giovanni XXIII.
Vaticano, dicembre 1958. Approfittando della consacrazione episcopale dell’amico Albino Luciani, mons. Bortignon diffama Padre Pio e i suoi figli spirituali presso papa Giovanni XXIII.

In agosto del 1959 uscirono queste parole dalla bocca di Padre Pio: «Padovani, padovani, se potessero farmi a pezzi, mi farebbero a pezzi!». Chi in agosto del 1959 accusava Padre Pio a San Giovanni Rotondo? Nessuno! A Padova era già in atto la macchinazione per distruggere Padre Pio e tutta la sua opera. Infatti dai documenti risulta che, già in ottobre, era in atto a Padova un processo segreto contro i Gruppi di Preghiera, definiti “la setta di Padre Pio” dalla penna del Vescovo. Le accuse finivano davanti al Papa. Il 2 dicembre 1959 il Vescovo mi mostrò un plico, avvisandomi che avrebbe portato tutto a Roma per farmi spavento.

Anche alcuni Superiori Cappuccini hanno calunniato Padre Pio: ma la loro congiura iniziò solo nella primavera del 1960. Il Vescovo di Padova era già alla persecuzione pubblica, sicuro dell’approvazione del Papa. Fu questo fatto del Papa già coinvolto dal Vescovo di Padova a facilitare l’accettazione delle accuse, accuse mostruose dei Frati e di Don Umberto Terenzi contro Padre Pio, accusato, da loro, di immoralità e di rapporti sessuali con donne. Il Vescovo di Padova aveva già messo il Papa contro P. Pio facendogli credere che P. Pio era un pericolo per la Chiesa.

I Frati facevano arrivare le loro calunnie tramite Don Umberto Terenzi. I Cardinali Ottaviani e Parente, quando arrivarono al Papa con le accuse portate dai Frati, non trovarono opposizione. Il Sommo Pontefice era già prevenuto contro Padre Pio per le accuse portate dal Vescovo di Padova. A Padova, ancora nel gennaio del 1960, in Curia, si diceva che sarebbero arrivati a togliere la messa a P. Pio. Il Segretario personale del Vescovo di Padova, Don G. Miotto, mi disse che sarebbe stato per causa mia se avessero tolto la messa a P. Pio.

Le accuse di Mons. Bortignon furono determinanti dello scatenarsi della persecuzione contro Padre Pio nell’agosto del 1960: allora scoppiò l’uragano previsto da Padre Pio nel gennaio del 1959: 19 mesi prima. Quando arrivò il Visitatore Apostolico, Mons. Carlo Maccari, disse che era inviato dal Papa. Arrivando a San Giovanni Rotondo, a Padre Daniele da Roma disse: «Qui c’è uno scisma in atto!» e il suo gesto primo fu di colpire i Gruppi di Preghiera. È provato che solo la diocesi di Padova aveva mosso accusa ai Gruppi di Preghiera di Padre Pio qualificandoli «conventicola di dissidenti».

Il Visitatore Apostolico impose a Padre Pio di rifiutarmi la confessione, se non avessi fatto atto di sottomissione al Vescovo. Più chiara non potrebbe essere la responsabilità di Padova. Ora l’atto di sottomissione richiestomi dal Vescovi consisteva in questo:

  1. dovevo riconoscermi reo di grave disubbidienza e ribellione per essermi opposto al testo del Bollettino Diocesano del 1956, il testo che contiene l’eresia che la Commissione Pontificia ha volutamente mutilato;
  2. dovevo dichiarare che avevo inventato la risposta di Padre Pio;
  3. dovevo chiedere perdono al Vescovo di tutte le espressioni ingiuriose contenute nel testo della Risposta di Padre Pio, riconoscendomi reo del delitto di offesa e ribellione all’Autorità Ecclesiastica.

Il Servo di Dio Padre Pio da Pietrelcina, prima che arrivasse il Visitatore Apostolico, mi aveva detto che, se avessi firmato quell’atto di sottomissione, che il Vescovo mi richiedeva dal 16 novembre 1959, non mi avrebbe più potuto assolvere.

Io racconterò a tutto il mondo questa storia: il Vescovo dopo avermi mandato da Padre Pio a chiedere il suo parere e dopo aver eseguito l’ordine, voleva che firmassi che avevo inventato la risposta di Padre Pio.

Don Umberto Terenzi mostra i registratori che usò per violare il segreto confessionale.
Don Umberto Terenzi (1900-1974) mostra i registratori che usò per violare le confessioni di alcune penitenti di Padre Pio.

Padre Pio non avrebbe patito negli ultimi anni della vita tanta persecuzione se non ci fosse stata fazione determinante del Vescovo di Padova presso il Sommo Pontefice. La risposta di Padre Pio, che gli fece presente l’errore contro la Fede contenuta nel testo del Bollettino Diocesano del 1956, è stato il movente vero della vendetta del Vescovo contro Padre Pio, che veramente è stato perseguitato per essersi opposto a un errore contro la fede. Questo voglio dimostrare davanti al mondo.

Padre Pio, nel tempo della grande confusione nella Fede, non ha taciuto davanti all’errore contro la Fede sostenuto dal Vescovo di Padova, errore che generava turbamento nei fedeli. Ha parlato su richiesta. Davanti all’ostinazione del Vescovo e alle offese P. Pio ha sostenuto la verità anche quando questa gli scatenò le accuse davanti al Papa. Non temette la persecuzione: Padre Pio meriterebbe di essere già sugli altari, solo per la fermezza con cui si è opposto all’errore contro la fede e per le persecuzioni che, per questo, ha subito fino alla morte. Padre Pio non solo ha esercitato la fede in grado eroico, testimoniandola con il suo comportamento, motivo di credibilità per innumerevoli peccatori, ma ha patito ed è stato perseguitato per la Fede, per essersi opposto ad un errore contro la Fede.

Nel Bollettino Diocesano del nov. die. 1956 l’errore contro la Fede è fuori discussione. Mai il Vescovo lo ha ritrattato. Ha riportato nel mio atto di sospensione, io dovevo firmarlo come mio atto di sottomissione. Avrebbe dovuto bastare solo questo testo eretico alla commissione speciale per risolare tutta la questione, senza andare oltre. Nessuno può accettare l’errore, e l’eresia è di evidenza solare. La Commissione Speciale ha preso in esame il testo del Bollettino Diocesano del 1956 mutilandolo della parte contenente l’eresia, per l’opposizione alla quale è venuta tutta la persecuzione che, oggi, torna a gloria di Padre Pio. La Commissione Speciale, togliendo la parte del documento che contiene l’errore contro la Fede, ha falsificato tutto fin dall’inizio. Dichiaro che questo è procedere da menzogneri.

Altro che l’imbroglio rinfacciato da San Pietro ad Anania e a Saffica, a Gerusalemme! Quella era una questione di soldi, qui è una questione di fede, di verità e di giustizia. Con tutta la forza della volontà dichiaro infernale e satanico l’imbroglio perpetrato dalla Commissione Speciale e respingo, per questa menzogna, come si respinge un peccato, tutto il decreto del 21 aprile 1970. Non ho espressioni peggiori per dire tutta la esecrazione davanti a tanta falsità, in danno del prossimo, che ha per responsabili sacerdoti del Vaticano, mentre mi appello a Vostra Santità.

II] A pagina 1 del decreto del 21 aprile 1970, la Commissione Speciale cita un secondo documento del Vescovo dì Padova, quello del Bollettino Diocesano del nov. die. 1959, a pagina 620. Basta prendere in mano la pagina 620 di questo Bollettino perché balzi agli occhi, immediatamente, il secondo imbroglio perpetrato dalla Commissione Speciale: il documento e nuovamente mutilato, quindi falsificato. Se il documento del 1956, alla pagina 563 dei Boll. Diocesano, è il documento dell’errore contro la Fede, questo è il documento delle calunnie che nessuna coscienza, che voglia preservarsi dal peccato dell’assenso può accettare. La Commissione Speciale non poteva sciogliere documenti peggiori. Le calunnie del documento, che la Commissione cita solo a metà, riguardano, nella prima parte tralasciata, la persona di Padre Pio e, nella seconda parte, riportata, i membri dei Gruppi di Preghiera.

Il documento è riportato però integrale nel mio decreto di sospensione del 9 maggio 1960: la Commissione doveva esaminarlo nel suo testo integrale e non mutilarlo della parte riguardante le calunnie contro Padre Pio. Sarebbe subito balzata davanti la inattendibilità di tutto il documento. Per anni e anni, sotto la minaccia di tutte le pene ecclesiastiche, il mio Vescovo voleva il mio assenso alle sue calunnie contro P. Pio e i fedeli che si andavano a confessare da P. Pio. Per il rifiuto alle calunnie sono stato punito.

Le calunnie del documento, del nov. die., a pag. 620, riguardano, per primo, Padre Pio. Vi sono riportati decreti contro Padre Pio del 1924, 1926, 1931 ecc. dove si afferma che non sono soprannaturali i fatti che riguardano Padre Pio. Il Vescovo dichiara ai sacerdoti e fedeli in data 26 nov. 1959, che quei decreti, contro la verità dei fatti, erano ancora validi. La calunnia è contro Padre Pio. Vostra Santità ripetutamente ha dichiarato, davanti a tutta la Chiesa, i doni soprannaturali che Dio ha dato a Padre Pio, facendo già di questo sacerdote un punto di riferimento per tutti. È storicamente falso che, nel nov. 1959, la Santa Sede riconoscesse validi quei decreti. Nel mio decreto di sospensione del 20 aprile 1960 il Vescovo riporta integralmente i testi dei decreti e li dichiara autorevoli interventi della Santa Sede: e mi fa accusa di ribellione il non aver fatto quei decreti mia norma di comportamento nei confronti di Padre Pio. Ma è verità che Pio XII aveva manifestato tutta la sua stima a P. Pio. Quei decreti erano stati provocati dalle accuse contro Padre Pio mosse dai canonici immorali di San Giovanni Rotondo Miscio, Prencipe e Pailadino, e dell’allora Arcivescovo Gagliardi di Manfredonia, calunniatore e immorale, come è provato da decine e decine di documenti. Nel mese di febbraio del 1960, appena uscito il Bollettino del nov. die. 1959, lo feci vedere a Padre Pio. Era, in pratica, il primo articolo contro Padre Pio di quella campagna di stampa che l’avrebbe diffamato, poi, in tutta la seconda metà del 1960. Padre Pio lo lesse e mi disse: «Quello che semina, raccoglie». Portò il documento in cella. Quando, alcuni giorni dopo, me lo restituì, mi replicò: «Quello che ha seminato, raccoglie». Quelle calunnie fecero grave dispiacere a Padre Pio.

Girolamo Bartolomeo Bortignon
Mons. Girolamo Bartolomeo Bortignon (1905-1992), vescovo di Padova dal 1949 al 1982. Apparteneva all’ordine dei frati cappuccini come Padre Pio.

Il Vescovo voleva che respirassi la sua cattiveria contro padre Pio e mi nutrissi della sua ostilità. Padre Pio mi ha detto un giorno: «Il tuo Vescovo è il Vescovo che mi è più contrario in Italia!».

Questo punto doveva chiarire la Commissione Speciale: se, nel 1959, erano validi o no quei decreti presentati dal Vescovo a tutti i fedeli e sacerdoti della Diocesi e, a me, imposti come atto di sottomissione da sottoscrivere pena la sospensione. Era doveroso il rifiuto: non era disubbidienza. Nella seconda parte del documento della pag. 620 del Boll. Diocesano del nov. die, 1959, citato dalla Commissione Speciale, sono contenute le accuse ai Gruppi di Preghiera. II testo riportato dalla Commissione Speciale non è che il riassunto, dato al pubblico, delle calunnie gravissime portate dal mio Vescovo davanti al Sommo Pontefice, al preciso fine di distruggere Padre Pio e la sua Opera. Il Vescovo aveva già detto, pubblicamente, che San Giovanni Rotondo era un centro dì fanatismo. Scrisse che i Gruppi di Preghiera erano «la setta di Padre Pio», «una conventicola di dissidenti», «persone che non avevano più Dio per Padre perché non avevano più la Chiesa per madre».

Nel mio decreto di sospensione le accuse sono ancora più specificate. Il Vescovo mette in bocca ai fedeli questa frase, a prova della loro dissidenza e del loro scisma: «la Chiesa carismatica è sopra la Chiesa gerarchica». Questa frase è attribuita a tutti e, in particolare, alla responsabile del Gruppo di Preghiera, la defunta signora Nalesso Costantina di cui è fatto il nome nel mio atto di sospensione a divinis del 9 maggio 1960. Come poteva sapere di Chiesa carismatica questa persona che un giorno mi chiese cosa volesse dire “lussurioso”. Le chiesi: «Perché?». E lei mi rispose: «Padre Pio mi ha detto che il Vescovo di Padova è un lussurioso e un ambizioso. Ha i canonici con l’amante: lui lo sa e non interviene». Non sapeva neanche il significato di “lussurioso”: immaginarsi se poteva capire cosa volesse dire «Chiesa carismatica sopra la Chiesa gerarchica».  Il Vescovo di Padova ha inventato tutto e ha trascinato la Chiesa in uno scandalo mondiale facendo perseguitare il più santo dei sacerdoti allora viventi: Padre Pio da Pietrelcina.

La Commissione Speciale m’ha riportato le calunnie contro i fedeli. Respingo quelle calunnie con tutta l’anima come Dio vuole che si respinga il peccato e dichiaro ingiusto e calunnioso il decreto del 21 aprile 1970 della Commissione Speciale che accetta quelle accuse senza respingerle. Nessuno può accettare, senza peccare, un decreto costruito sull’imbroglio dei documenti: è menzogna, è frode, è bugia. II colmo del falso e della frode è alla pagina 6 e 7 del decreto del 21 aprile 1970. La Commissione Speciale qui ha inventato di sana pianta disposizioni e ordini del Vescovo che io non ho avuto mai. Infatti «le disposizioni» vescovili provate nel documento del 20 aprile 1960, 9 maggio 1960 ecc., a firma del Vescovo di Padova, sono completamente diverse da quelle inventate dalla Commissione Speciale.  La disposizione vera è l’auto-confessione delle colpe:

  1. dovevo dichiararmi pentito di essermi opposto al contenuto eretico del documento del 1956;
  2. dovevo pentirmi e riconoscermi reo di gravi ingiurie per le parole della risposta di Padre Pio.

Non sono le “disposizioni” disciplinari inventate dalla Commissione Speciale. La Commissione Pontificia inventa che avrei avuto la disposizione di non collaborare con i fedeli dei Gruppi di Preghiera: è contro la verità, è menzogna, è frode. I documenti veri provano che il Vescovo voleva, da me, la rottura di ogni rapporto con tutti i fedeli dei membri di Preghiera e non la non cooperazione. È comando di odiare il prossimo l’ordine di rompere ogni rapporto. Quando portai il documento del 20 aprile 1960 a Padre Pio subito mi disse di chiedere al Vescovo che, prima di firmare, mi dicesse che i membri dei Gruppi di Preghiera erano da considerarsi persone sataniche. Così infatti ho scritto in data 3 maggio 1960 al Vescovo, su dettatura di Padre Pio: «Mi dica che i membri dei Gruppi di Preghiera sono satanici e firmerò». La Commissione Speciale falsifica totalmente i documenti. È peccato!

La Commissione Speciale ha mentito, ha falsificato i documenti e ha concluso il falso sui documenti falsificati e inventati. Non occorreva che me lo dicesse il Decano della Sacra Rota, presidente della Commissione Speciale, che i documenti erano stati falsificati: mi disse infatti: «Abbiamo dovuto imbrogliare le carte per salvare il vescovo». La falsificazione è tale che chiunque la può constatare. A nessuno è lecito imporre un documento costruito sulla menzogna. Pertanto ancora una volta dichiaro che il Decreto della Commissione Speciale del 21 aprile 1970, costruito su documento falsificati e inventati, è iniquo, da respingersi, ed è indegno di sacerdoti.

Santità, a Viedma, in Argentina, avete detto: «Che nessuno si senta tranquillo finché vi sarà nella vostra patria un uomo, una donna, un bambino, un anziano, un malato, un figlio di Dio la cui dignità umana non sia rispettata e amata».

Dal 16 novembre 1959 sono oggetto di persecuzione da parte del mio Vescovo e della Curia di Padova per essermi opposto a un errore contro la fede. Mai mi è stato dato di difendermi in un regolare processo. Ho subito tutte le pene, che ancora non finiscono: di fatti, dal 16 nov. 1959, sono privo di ogni sostentamento. E dico questo non con l’intento di aver soldi ma per documentare, con i fatti, che la persecuzione continua. Non è atto persecutorio voler imporre un documento frutto di imbrogli, di falsificazioni, di menzogna? Non in America, ma a Padova, in Italia, e, presso la S. Sede, ho trovato oppressione della persona umana. I documenti provano che tutte le ingiustizie subite hanno un punto di partenza riconosciuto e dichiarato dal Vescovo di Padova, nel documento del 9 maggio 1960, la mia opposizione al testo contenente l’eresia del Bollettino Diocesano nov. die. 1956. È persecuzione per la fede, altro che disubbidienza, la mia!

Santità, a Speyer, in Germania, avete detto che i Comandamenti di Dio vanno rispettati sia dai responsabili come da ogni singola persona. Ebbene, il mio Vescovo, dopo avermi mandato da Padre Pio, con un incarico preciso, e dopo aver eseguito la ambasciata e avergli portato la richiesta risposta, voleva che mi sottoponessi a firmare che avevo inventato io la risposta di Padre Pio e che mi pentissi delle parole di Padre Pio, che lui ha definito gravemente ingiuriose e configurato come atto di grave disubbidienza, ribellione e ostilità contro la sua persona. Non potevo andare contro, la verità è firmare il falso. È documentata ogni mia parola. In tutto mi sono regolato con Padre Pio, che mi diceva che non mi avrebbe più potuto assolvere se avessi sottoscritto il falso. Ho documenti dai quali risulta che l’attuale cardinale Palazzini mandava l’Amministratore Apostolico della Provincia Cappuccina di Foggia perché imponesse a Padre Pio di obbligarmi a sottoscrivere quello che P. Pio mi aveva detto illecito sottoscrivere. I documenti provano che Sua Em. Palazzini ha fatto questo ripetutamente, fino quasi alla morte di Padre Pio. Luì stesso mi ha punito con la privazione della veste perché non ho sottoscritto questi falsi. Non vale per i Superiori la legge di Dio? Io dimostro che Padre Pio così è stato torturato fino alla morte, per essersi opposto a un errore contro la fede. Sua Em. Palazzini sapeva bene i fatti.

La Commissione Speciale sapeva bene com’è la questione. Ai Superiori ho sempre dichiarato, in centinaia di documenti, la sottomissione in tutti i modi: dicevo però che non potevo firmare il falso. Oltre al falso, c’era da firmare l’eresia. La Commissione Speciale mentisce quando conclude che ho disubbidito. È un falso e mi appello a Vostra Santità; in nome dei 10 comandamenti che devono essere rispettati anche dai Superiori e dalle Commissioni Speciali.

Tacere, soffrire e pragare.
Tacere, soffrire e pregare.

Santità, a Danzica, in Polonia, il 12 giugno 1987, avete detto che è doveroso «non rimanere muti mentre l’altro subisce un torto, ma avere il coraggio di esprimere una giusta opposizione ed assumerne la difesa».

Ebbene, mi è stato detto che, nella mia questione, solo Vostra Santità può intervenire. Mi dichiaro vittima di un torto e domando la difesa a Vostra Santità. Conosco altre persone che hanno subito torti e ancora li subiscono, tra cui un sacerdote. Il mio Vescovo mi diceva che dovevo tenermi responsabile se gli fosse capitato del male perché lo avevo portato a confessarsi da Padre Pio.

Poiché Vostra Santità insegna che è doveroso opporsi ai torti che possono subire gli altri e che non sì deve restare muti, ma che è doveroso esprimere una giusta opposizione e assumere la difesa di chi subisce il torto, io grido a Vostra Santità l’appello per essere aiutato da Vostra Santità perché il male derivato dalle ingiustizie subite sia tolto e il torto riparato. Naturalmente farò mia norma l’indicazione data da Vostra Santità per gridare al mondo tutti i torti e le ingiustizie subite dal mio prossimo.

All’origine di tutta la questione sta un errore contro la Fede che nessuno può accettare e che, da solo, prova che la ragione è tutta dalla mia parte. Padre Pio mi ha detto che mi difenda e che lo faccia a testa alta. Intanto faccio presente a Vostra Santità la lettera che io ho inviato al mio Vescovo, secondo le indicazioni del documento della Segreteria di Stato. Non ho avuto nessun cenno di risposta. Allego i tre documenti che la Commissione Speciale ha falsificato.

Credo in Vostra Santità e mi inginocchio ai Vostri Piedi. Non posso accettare il Decreto del 21 aprile 1970 e mi appello a Vostra Santità, mentre mi professo dev.mo e um.mo

Sec. Attilio Negrisolo.
15 marzo 1988

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