La paternità sacerdotale di Padre Pio

Il sacerdote con l’accoglienza del dono del celibato, non rinuncia alla sua paternità, ma la vive e la rende feconda ad un livello più alto, nella dimensione soprannaturale, generando non alla vita fisica, ma alla vita imperitura della grazia.

Il Sacerdozio di Padre Pio: il Padre delle anime /1

di Suor M. Gabriella Iannelli, FI (24-04-2022)

C’è un aspetto del Sacerdozio cattolico forse fino ad ora messo poco in evidenza: il sacerdote con il celibato si dona totalmente a Cristo, nella Chiesa e per la Chiesa, e viene rivestito di una missione a favore delle anime che ha tutti i caratteri della paternità spirituale: «Egli, lasciando il padre e la madre – scrive il papa san Giovanni Paolo II –, segue Gesù buon Pastore, in una comunione apostolica, a servizio del Popolo di Dio. Il celibato è dunque da accogliere con libera e amorosa decisione da rinnovare continuamente, come dono inestimabile di Dio, come “stimolo della carità pastorale”, come singolare partecipazione alla paternità di Dio e alla fecondità della Chiesa, come testimonianza al mondo del Regno escatologico» (Pastores dabo vobis, n. 29).

Il sacerdote con l’accoglienza del dono del celibato, non rinuncia alla sua paternità, ma la vive e la rende feconda ad un livello più alto, nella dimensione soprannaturale, generando non alla vita fisica, ma alla vita imperitura della grazia. Pensiamo alla sovrabbondanza di vita soprannaturale che scaturisce dall’amministrazione dei sacramenti, soprattutto del Battesimo, della Confessione e dell’Eucaristia. Quante anime generate alla grazia attraverso la potenza vitale di grazia di questi sacramenti, i cui dispensatori sono solo i sacerdoti! La paternità del sacerdote, inoltre, si realizza nell’alimentare, nel far crescere, nel portare alla maturità la vita di grazia nelle anime, in analogia a quanto fa un padre per i propri figli, prima generandoli alla vita e poi prendendosi cura della loro crescita, dei loro bisogni, della loro educazione fino alla “maturità”.

L’appartenenza a Dio solo attraverso il celibato è stato veramente il forte «stimolo alla carità pastorale» e al «servizio del popolo di Dio» in innumerevoli sacerdoti nel corso della storia. Tra i tanti non possiamo non pensare, all’inizio della Chiesa, a san Paolo apostolo che nelle sue lettere si dimostra appassionato padre e pastore delle anime, da lui rigenerate alla grazia attraverso il suo ministero e la sua sofferenza. Ai Corinzi scrive: «Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-16). In Galati 4,19 la tenerezza dell’amore di san Paolo si eleva ancor più e dalla paternità passa ad espressioni proprie di una madre: «Figlioli miei che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!». E ancora, ai Tessalonicesi: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari […] e sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria» (1Ts 2,7-12).

Le parole di san Paolo potrebbero essere messe sulla bocca di tanti pastori della Chiesa quali san Benedetto da Norcia, san Filippo Neri, san Camillo de Lellis, san Vincenzo de Paoli, san Giovanni Bosco, ecc… e si addicono superlativamente a san Pio da Pietrelcina, che con il suo ministero sacerdotale, la sua sofferenza di “crocifisso”, il suo zelo e la cura di padre e guida spirituale ha condotto alla salvezza e alla santificazione centinaia e anche migliaia di anime.

Egli visse la sua paternità soprattutto al confessionale, dove attraverso il sacramento della Riconciliazione riportò a Dio innumerevoli anime, che poi non lo lasciavano più. In quei momenti, per lo più brevi, ma intensi, si instaurava tra le anime e il Santo una profonda comunione, come tra padre e figlio o figlia, ed egli diveniva il punto di riferimento insostituibile di queste anime, che poi ritornavano periodicamente a San Giovanni Rotondo e si facevano guidare da lui in tutto, anche nelle minime scelte della vita quotidiana.

A tal riguardo viene in mente la conversione di un massone di altro grado, venuto a San Giovanni Rotondo solo perché la moglie, ammalata di cancro e moribonda, glielo aveva chiesto, e pensava di avere tanta possibilità di essere aiutato quanta ne ha chi vorrebbe fare un terno a lotto! Si ritrovò inginocchiato senza volerlo dinanzi al Santo, che appena lo vide mentre indugiava in piedi dinanzi al confessionale gli disse: «Ma che sei venuto a fare!? Un terno a lotto?!», e gli intimò perentoriamente di non fargli perdere tempo e di inginocchiarsi, se voleva confessarsi. Quasi meccanicamente e senza convinzione, egli si inginocchiò senza avere la minima idea di cosa fosse una Confessione. Ovviamente fu padre Pio che, sotto forma di domande, gli svelò tutti i peccati della vita passata. Quando stranamente alla fine gli chiese se ricordava ancora qualcosa, alla sua risposta negativa, fu ancora padre Pio che, con severità, gli disse che quella giovane, sua amante, che egli aveva lasciato partire per l’America, aveva avuto un figlio che era sangue suo… ed egli aveva abbandonato entrambi! Racconta il protagonista: «Era tutto vero! Non risposi. Scoppiai in un pianto incontenibile. Mentre col volto nascosto tra le mani, piangevo, curvo, sull’inginocchiatoio, il Padre dolcemente mi poggiò il braccio sulle spalle, e avvicinandosi all’orecchio, mi sussurrò, singhiozzando: “Figlio mio, mi sei costato il meglio del mio sangue!”», cominciando a piangere con lui. Quel “figlio prodigo” alla fine della Confessione disse di voler essere tutto di padre Pio e che avrebbe fatto tutto ciò che lui desiderava (cf. Don Pierino Galeone, Padre Pio, mio padre, San Paolo 2009, pp. 64-65). Nasceva tra loro un vincolo di paternità/figliolanza spirituale che nessuno avrebbe mai più spezzato.

(Fonte: Il Settimanale di Padre Pio)


Il Sacerdozio di Padre Pio: il Padre delle anime /2

di Suor M. Gabriella Iannelli, FI (08-05-2022)

Il Sacerdozio di san Pio da Pietrelcina, come abbiamo visto nell’articolo precedente, è stato caratterizzato da un grande amore e zelo per la salvezza delle anime. Egli, sulla scia di san Paolo e di tanti altri pastori, ha fatto del suo ministero sacerdotale un esercizio di paternità spirituale, soprattutto attraverso il sacramento della Riconciliazione.

San Pio ebbe molto a cuore anche la direzione spirituale di tante anime a lui vicine, come frati, sacerdoti e donne del Terz’Ordine francescano che frequentavano il convento, e di tante altre, più lontane, con le quali molto spesso entrò in contatto attraverso corrispondenza epistolare. Infatti, tre dei quattro volumi del suo epistolario raccolgono le lettere di direzione spirituale scritte dal Santo.

Papa Benedetto XVI nella sua visita a San Giovanni Rotondo ebbe a dire: «L’umile religioso accolse con docilità l’infusione di quello “spirito di grazia e di consiglio” […], quello spirito cioè che deve consentire al pastore di anime di “aiutare e governare il popolo con cuore puro” (cf. Presbyterorum Ordinis, n. 7). Egli si impegnò in particolare – secondo un altro insegnamento conciliare (cf. Presbyterorum Ordinis, n. 9) – nella direzione spirituale, prodigandosi nell’aiutare le anime a scoprire ed a valorizzare i doni e i carismi, che Dio concede come e quando vuole nella sua misteriosa liberalità» (Omelia della Messa).

Dotato di numerosi e singolari doni carismatici, egli li mise completamente e generosamente a servizio delle anime da lui guidate, per condurle alla perfezione. Anche, e ancor più nella direzione spirituale egli instaurò con le anime una intensa relazione di paternità soprannaturale che passava dalla tenerezza alla fermezza o severità, a seconda del bisogno delle anime. Dalle sue lettere di direzione spirituale che coprono un arco di soli otto anni, dal 1915 al 1923 e cioè dai suoi 28 anni fino ai 36 anni, si possono evincere i sentimenti di zelo e di tenero amore paterno che animavano il suo cuore nel condurre le anime.

Il saluto che indirizzava di solito all’inizio delle lettere era: «Mia carissima figliuola», oppure: «Mia sempre carissima figlia», «Diletta figlia mia». La chiusa delle lettere era quasi sempre una richiesta di preghiera per la sua anima, seguita da una benedizione paterna: «Ti benedico con paterno e duplicato affetto», «Vi benedico con tutta l’effusione dell’animo mio ed augurandovi dalla nostra comune Madre ogni squisita predilezione», «Ti saluto nel bacio santo del Signore ed in lui cordialmente ti benedico».

Questo caldo affetto originato e sublimato dall’amore di Dio egli lo esprime in tanti punti del suo epistolario, dal quale stralciamo qualche passo. Scrive a Maria Gargani (beatificata recentemente): «Se nostro Signore ti fa esperimentare delle consolazioni nella vera ed impareggiabile dilezione ch’egli ha fatto nascere nel mio cuore pel tuo, ne benedico il suo santo nome e ringrazio la sua divina provvidenza, assicurandoti che per me è una grande soddisfazione quella di sapere che la tua anima ama la mia di questo sacro amore, che la divina bontà può dare […]. La tua amarezza [per le prove interiori che soffriva] non può essere che in pace; e l’amore mitiga il tuo dolore poiché ho veramente un cuore di padre, che partecipa poi anche un poco di quello di madre» (Epistolario III, p. 305). Come san Paolo che si rallegrava nel vedere la corrispondenza al suo amore da parte dei cristiani, così il Santo si rallegra dell’«amore sacro» con il quale è corrisposta la sua «vera ed impareggiabile dilezione» che è fonte di consolazione per l’anima diretta, la quale si è affidata a lui che ha «veramente un cuore di padre», e che partecipa anche dell’amore materno per la tenerezza e la vicinanza.

Ad Erminia Gargani, spiegando il motivo del suo prolungato silenzio epistolare, scrive: «Hai ragione di lamentarti del mio prolungato silenzio, ma hai torto però nel dubitare che ciò provenisse da colpevole e volontaria dimenticanza. Lo sa Iddio soltanto quanti voti a lui fo per te! La tua anima mi sta a cuore sopra ogni altro bene; amo la tua anima come la mia propria. Né questo amore deve dirsi sterile ed inefficace, poiché le desidero il colmo della perfezione, le desidero la carità perfetta ed a questo fine tendono le mie deboli sì, ma pure assidue preghiere a tuo vantaggio» (ivi, pp. 690-691). Risalta in queste parole del Santo l’amore tutto soprannaturale che egli ha per l’anima da lui diretta che gli sta a cuore «sopra ogni altro bene», amandola «come la sua propria» e desiderando per lei «il colmo della perfezione» e «la carità perfetta»: vera e sublime paternità spirituale, tutta tesa a condurre l’anima alla perfezione, premurandosi anche di offrire «assidue preghiere» per questo scopo. Alla stessa in un’altra lettera scrive ancora: «Io più volte al giorno presento il tuo cuore all’eterno Padre con quello del suo diletto Figliuolo, e glielo presento immancabilmente nella Santa Messa» (ivi, p. 699).

San Pio era consapevole che una forte unione tutta spirituale con le anime, avente come scopo la crescita nell’amore di Dio, diventava motivo di fortezza e di sicurezza, come egli stesso sperimentava nel suo cammino spirituale, accompagnato passo passo dal suo padre spirituale. Apre così la lettera dell’11 luglio 1918: «Oh Dio, mia buona figliuola, quanto io amo il tuo spirito, poiché egli non vuole amare niente, fuorché il nostro dolcissimo Dio! […]. Oh Dio, mia diletta figliuola, quanto saremo forti, se continueremo a tenerci legati l’uno con l’altro con questo legame, tinto nel sangue vermiglio del Salvatore, perché nessuno assalirà il tuo cuore che non trovi resistenza, e per parte del tuo, e per parte del mio». Bellissima questa premura paterna che, originata da un amore esclusivo per «il nostro dolcissimo Dio», in un legame che è indistruttibile perché fortificato dal «sangue del Salvatore», arriva a farsi scudo e protezione per l’anima che in diversi modi può essere assalita e combattuta.

Chiediamo a san Pio di ottenerci ancora dal Signore padri e pastori del suo calibro che, felici del loro celibato, completamente donati a Dio e alle anime, sappiano vivere il Sacerdozio nella bellezza, nel calore affettivo e nella fecondità della paternità spirituale.

(Fonte: Il Settimanale di Padre Pio)

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