Quella povertà che si trasforma in amore

C’è uno scritto di san Pio, pubblicato nell’Appendice al volume IV dell’epistolario, che riporta una sua meditazione dal titolo Il Natale di Gesù, nel quale egli invita a contemplare questo Amore incarnato, a considerare l’umiltà, la sofferenza e la povertà che hanno accompagnato la sua nascita nel tempo.

di Suor M. Gabriella Iannelli, FI (19-12-2021)

Si è già scritto e detto, molte volte e in diverse parti, quanto san Pio da Pietrelcina amava la festa del Santo Natale, come l’attendeva e con quale superlativa gioia la celebrava. Il Santo ne penetrava il significato più profondo, e la sua gioia non aveva niente a che fare con la grossolana gioia natalizia legata spesso a cose molto esteriori quali le feste, gli incontri, il cibo, il divertimento ed altre cose persino peccaminose, per niente degne di quel Dio Amore fatto Bambino che si incarna proprio per riscattare l’umanità dal peccato.

La gioia intima del Santo nasceva proprio dalla contemplazione di questo Amore; egli coglieva nella nascita di Gesù Bambino e in tutte le circostanze che l’hanno accompagnata, le espressioni più alte e commoventi dell’Amore di Dio. 

C’è uno scritto di san Pio, pubblicato nell’Appendice al volume IV dell’epistolario, che riporta una sua meditazione dal titolo Il Natale di Gesù, nel quale egli invita a contemplare questo Amore incarnato, a considerare l’umiltà, la sofferenza e la povertà che hanno accompagnato la sua nascita nel tempo: «Nel cuore della notte, nella stagione più rigida, nella più gelida grotta, più abitazione di armenti che di umana creatura, veniva alla luce nella pienezza dei tempi il promesso Messia Gesù, il Salvatore degli uomini. Non strepito attorno a lui; un bue ed un asino riscaldano il neonato povero Bambino; un’umile donna, un povero uomo stanco adoranti presso di Lui. Non si odono che vagiti e pianto del Dio pargoletto. E con questo pianto e con questi vagiti Egli offre alla divina giustizia il primo riscatto della nostra riconciliazione».

Come un giorno san Francesco d’Assisi era rimasto completamente affascinato soprattutto dall’umiltà e dalla povertà del Dio Bambino, così anche san Pio, degno figlio del “Poverello”, davanti alla grotta di Betlem considera soprattutto la povertà e l’annientamento di Gesù. Scrive ancora: «Scintillano i palazzi della superba Israele, eppure non in essi venne al mondo la Luce! Baldanzosi di umana grandezza, nuotanti nell’oro e negli agi sono i magnati della nazione giudaica, ricolmi di vana scienza e superbia i sacerdoti del santuario, contro il vero senso delle divine rivelazioni attendono un Salvatore troppo impicciolito, veniente al mondo con umana grandezza e potenza. Ma Dio, che è sempre intento a confondere la sapienza di questo mondo, disperse i loro disegni e, contro l’aspettativa di chi è privo della sapienza divina, discende fra noi nella più grande abiezione, rinunzia fino a nascere nell’umile casetta di Giuseppe, rinunzia finanche ad un modesto alloggio fra parenti e conoscenti nella città di Giuda e, quasi rifiuto degli uomini, chiede rifugio e soccorso a vili animali, scegliendo la loro dimora per luogo di sua nascita, il loro fiato per riscaldare il suo tenero corpicciuolo. Permette che il primo ossequio gli sia tributato da poveri e rozzi pastori, che egli stesso, per mezzo dei suoi angeli, informa del grande mistero».

Come fu per san Francesco che, alla scuola della grotta di Betlemme, imparò la grande lezione della povertà, arrivando a fare di essa il suo ideale, la sua passione, la sua “sposa”, così dovrebbe essere di ogni francescano, come ricorda luminosamente il papa Paolo VI: «Quale virtù deve principalmente distinguere la vostra vita religiosa? Risponde chiunque vi sappia francescani: la povertà, quella povertà che si trasforma in amore, che vuole imitare ed amare Cristo povero» (1).

Così fu certamente di san Pio da Pietrelcina che, da vero francescano, tradusse nella sua vita religiosa gli insegnamenti della grotta di Betlem, vivendo con perfezione il voto di povertà francescana.

Fra’ Modestino da Pietrelcina ha tracciato un bel ritratto di padre Pio quale “vero figlio del Poverello”. Egli scrive: «Padre Pio nacque nella più assoluta povertà, in una piccola stanzetta di circa 13 mq, al termine di un vicolo del rione Castello. Le sue tenere membra non furono adagiate su morbida lana, ma su un fragoroso materasso di foglie di granturco… L’ambiente in cui visse fu anch’esso povero, sia in paese che a Piana Romana, che in convento. Egli era felice di questo stato che gli permetteva di imitare più facilmente il Poverello d’Assisi. Quando, per ragioni di salute, i superiori vollero che nella sua cella fosse sistemato un termosifone, si oppose con tutte le sue forze dicendo: “Se mi vedesse il serafico padre san Francesco!”. Si dovette far ricorso al precetto di ubbidienza per realizzare l’impianto di riscaldamento, necessario alle sue condizioni di salute. Solo per ubbidienza piegò la sua volontà agli ordini ricevuti. Le sue mani furono come un grande canale. Passò tanta moneta, tanta provvidenza, ma nulla rimase ad esse attaccato. Uno dei segni della sua povertà conventuale fu notato nel cibo. Padre Pio mangiava poco o niente non soltanto per spirito di mortificazione, ma per gustare il sapore della povertà francescana. Tra i cibi, preferiva quelli semplici e comuni, quelli della povera gente. Se qualche volta era costretto a prendere qualcosa di particolare, lo faceva solo per ubbidienza… Un giorno l’osservai a pranzo. Finito il parco desinare, lo vidi raccogliere le briciole di pane che erano davanti a lui sulla mensa e, con l’indice della mano destra, se le portava alla bocca. Sembrava che stesse purificando la patena sull’altare. Rimasi ammirato per quell’atto delicato e gentile, proprio dei poveri» (2).

Sulla povertà di padre Pio è stato scritto ancora che «indossava con decoro e con semplicità abiti modesti che consumava fino alle ultime possibilità. Ogni volta che gli veniva consigliato di cambiare il saio, magari perché troppo rattoppato, diceva: “Ma questo è ancora buono!”. Calzava sandali comuni e usava i tipici fazzoletti dei contadini. Si accontentava del poco. Non chiedeva mai nulla, salvo per le necessità. Era scrupolosissimo nei riguardi della povertà evangelica e francescana. Consegnava al superiore soldi, indumenti e ogni dono ricevuto, convinto che “tutto ciò che un religioso riceve, appartiene alla comunità”. Le cose materiali per lui non avevano alcun valore, non presentavano alcun interesse o attrattiva» (3).

Pur “coccolato” dai suoi figli spirituali che, considerando il suo cagionevole e delicato stato di salute, donavano a padre Pio tutto ciò che gli potesse essere utile, egli riuscì a rimaner sempre fedele alla povertà francescana. La signora Terzaghi di Milano, secondo quanto racconta padre Eusebio, gli riforniva il guardaroba. Una volta portò a padre Pio un pezzo di stoffa calda per l’abito invernale. Padre Eusebio lo diede alle suore e fece subito cucire un saio nuovo per il Santo. Egli faceva sempre molta difficoltà ad accettare cose nuove da usare, ma padre Eusebio riuscì a convincerlo e a farglielo indossare. Padre Pio fu soddisfatto di quell’abito “leggero e veramente caldo”, e ne era grato a padre Eusebio e alla benefattrice. Quando padre Eusebio riferì alla donna la soddisfazione e la gratitudine di padre Pio, ella spiegò che si trattava di stoffa di cashmere; il padre Eusebio riuscì a farsi dire, non senza difficoltà, il costo della stoffa e ne rimase sbalordito: era costosissima! Un giorno, mentre padre Pio continuava a fare l’elogio dell’abito che era insieme leggero e caldo, padre Eusebio si lasciò scappare imprudentemente il costo esoso della stoffa. Appena appreso ciò, padre Pio tolse subito il saio e non volle indossarlo più, e quando padre Eusebio tornava alla carica per cercare di convincerlo, gli rispondeva: «Preferisco sentire il freddo con l’abito di san Francesco, anziché sentire caldo con l’abito tuo, e peccare contro la povertà» (4). 

L’amore alla povertà impegnò padre Pio non solo sul versante personale, ma anche su quello comunitario. Diverse volte egli fu il mezzo attraverso il quale Gesù richiamò l’Ordine Cappuccino e la provincia ad una maggiore osservanza della povertà. Padre Pio, istruito da questi richiami di Gesù, ebbe sempre una sensibilità viva e una coscienza vigile nel difendere l’integrità della povertà serafica da ogni abuso. In una lettera scritta da San Giovanni Rotondo, il Santo, senza peli sulla lingua, scrive a padre Agostino: «Voi perdonerete la libertà che mi prendo. Chiamo la vostra attenzione su spese non indifferenti che si intendono fare per questo convento e che non sembrano che abbiano l’impronta di una vera e seria necessità. Si parla di fare un nuovo pavimento per tutto il convento, non escluso il chiostro. Ma non so se vale la pena di profondere diecine e diecine di migliaia di lire, per accomodare case altrui [la casa era di proprietà del comune, n.d.r.] e per dare un’impronta alla casa, forse e non forse, contraria anche alla nostra semplicità e serafica povertà» (5). 

La passione di san Francesco e di san Pio da Pietrelcina per il Natale di Gesù Bambino era tutt’altro che un vano sentimentalismo che valeva solo a suscitare delle emozioni passeggere. Essi contemplavano, si infiammavano di amore e poi imitavano. Così sia anche per noi, in questo Natale 2021: «Prostriamoci innanzi al presepe e con il grande san Girolamo, il santo infiammato di amore a Gesù Bambino, offriamogli tutto il nostro cuore senza riserva, e promettiamogli di seguire gli insegnamenti che giungono a noi dalla grotta di Betlemme, che ci predicano essere tutto quaggiù vanità delle vanità, non altro che vanità» (6).   

NOTE

1) San Paolo VI, Discorso del 12 luglio 1966.

2) Fra’ Modestino da Pietrelcina, Io… testimone del Padre, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 1988, pp. 45-48.

3) Padre Pio, sposo di Madonna povertà

4) Cf. Padre Eusebio Notte, Padre Pio e Padre Eusebio. Briciole di storia, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 2008, pp. 287-288.

5) Ep. I, pp. 1268-1269.

6) Ep. IV, Appendice, p. 1009.

(Fonte: Il Settimanale di Padre Pio)

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