Emanuele Brunatto, figlio ribelle e fedelissimo

La storia di Emanuele Brunatto, uno dei primi figli spirituali di Padre Pio, il quale si definì “il più grande peccatore convertito da Padre Pio”.

Chissà per quanti uomini padre Pio è stato veramente l’angelo di Dio che si è prodigato in loro favore. Ma, il Padre non si accontentava di essere lui solo un angelo, cioè un messaggero di Dio per gli altri. Spesso ha talmente trasformato chi a lui si affidava da farlo diventare “messaggero di Dio” per altre persone.

A tal proposito piace ricordare la trasformazione avvenuta in alcuni suoi figli spirituali che, a loro volta, con la parola e la vita hanno portato luce e conforto agli altri. Uno di questi è Emanuele Brunatto. Parlando di lui, padre Pio si esprimeva con un’espressione molto forte e diceva che era capace di tutto, perfino di incendiare il mondo. […].

Padre Pio e Emanuele Brunatto leggono un giornale.

Emanuele Brunatto voleva farsi prete, ma fu giustamente sconsigliato ed allora s’incamminò per la via facile: poca voglia di lavorare, amore per le donne, guadagni illeciti e poi lacrime di pentimento, confessioni e propositi di conversione. […].

Durante una breve permanenza a Napoli, dove faceva il duettista di caffè-concerto con l’amante Giulietta, lesse sul giornale, Il Mattino (21 giugno 1919), un articolo che rivelava l’esistenza di padre Pio, lo stimmatizzato del Gargano. La notizia lo colpì e, mosso da una forza irresistibile, prese il treno diretto a Foggia, per poi proseguire con un autocarro per San Giovanni Rotondo. […].

In sacrestia scorse un frate che ascoltava la confessione di un contadino. Era padre Pio. Questi non aveva il volto ieratico, anzi con lo sguardo lo fulminò ed assunse un’espressione corrucciata, come se avesse visto il diavolo in persona. Emanuele continua il suo racconto:

«Deluso, irritato, scrutavo il suo sguardo ostile. Ma egli inclinò di nuovo il capo sul penitente e parve non occuparsi più di me. Che avvenne qualche istante dopo? Quale tempesta si scatenò, improvvisa, nel mio cranio? Non saprei descriverla. So di essere fuggito, come un pazzo, dalla sacrestia e di essermi ritrovato, solo, all’aperto, lungo il rustico recinto del giardino conventuale. Mi par di rivedere le pietre mal connesse del muro, a cui si aggrappavano le mie mani, fino al sangue, e quasi intendo i miei singhiozzi ed i lamenti di bimbo ferito: “Mio Signore e mio Dio!”.

Pentimento e speranza, strazio e gratitudine si urtavano in me con una violenza inaudita. Non saprei dire quanto tempo rimasi là e quante lacrime ho versato… Quando ritornai in sacrestia, padre Pio era solo: mi attendeva. Il suo volto, di una bellezza sovrumana, raggiava di gioia. E, nei suoi occhi, l’amore. Senza una parola, mi fece segno di inginocchiarmi.

I ricordi del mio torbido passato mi vennero alle labbra, disordinati e senza numero. Quanti errori, infamie e tradimenti dalla mia adolescenza a quel giorno!… Il Cappuccino mi interruppe: “Non ripetere quello che hai già confessato durante la guerra. Il Signore lo ha perdonato e vi ha messo sopra una pietra che tu non devi sollevare. Dimmi soltanto quello che hai fatto in seguito”.

La confessione non fu troppo lunga né breve. Padre Pio aiutò, di tanto in tanto, la mia memoria e mi dette qualche consiglio semplice, umano. Mi ammonì gravemente sui miei rapporti con Giulietta, ma non insistette: il medico cominciava la cura, senza maltrattare l’ammalato. […]. Baciai a lungo il lembo del saio cappuccino e mi alzai. Era mezzogiorno. Con molta gentilezza, padre Pio mi invitò a far colazione in foresteria con un giovane sacerdote di passaggio. Un frate laico ci servì un piatto abbondante di piccoli polipi immersi in una salsa grigiastra che mi rivoltò lo stomaco. Ma avevo una fame da lupo.

Venuta la notte, dormii sul suolo nudo di una cappellina aperta, lungo la strada del convento ed, al mattino, assistetti all’indimenticabile Messa del primo Sacerdote stigmatizzato della Chiesa».

P. Pio con Emanuele e altri ospiti del convento.

Ritornò a San Giovanni Rotondo una seconda volta e vi rimase per cinque anni. Vi giunse con un po’ di soldi e con l’amante Giulietta. Quando manifestò al Padre che voleva fermarsi a San Giovanni Rotondo, questi non si meravigliò, come se aspettasse tale proposta. Poi gli domandò: «E con questa ragazza cosa conti di fare?». «Farò quello che mi direte, ma vi supplico di salvare la sua anima». Il peccatore salvato diviene salvatore. […].

Durante la permanenza a San Giovanni Rotondo prese in fitto una casetta di campagna che divenne il suo romitaggio: con Giulietta viveva come fratello e sorella, digiunava a pane ed acqua, si flagellava a sangue, dormiva a terra su di una grande croce di legno, anche se padre Pio cercava di mitigare queste penitenze.

A motivo di una bronchite doppia e di un principio di nefrite fu costretto a lasciare l’eremo della penitenza e a ricoverarsi non in ospedale, perché non esisteva, ma in convento […].

Oramai egli in convento era di casa. Aveva anche la chiave della celletta di padre Pio e vi poteva accedere liberamente. Ma perché il Padre gli accordava tanta fiducia e familiarità? Egli capiva che un simile personaggio stava bene solo chiuso, non in un carcere, al quale avrebbe dato fuoco, ma in convento, accanto a lui. Il giudizio di padre Pio su Emanuele era positivo per il suo sforzo di cambiare vita, ma ciò non toglieva che restava capace di compiere ogni sorta di male. Quando il Padre superiore, osservando la vita penitente di Brunatto, gli propose di indossare il saio cappuccino, padre Pio gridò: «Non sia mai!».

Lo conosceva bene e lo definì “u’ poliziotto” e gli eventi successivi gli avrebbero dato ragione. Difatti, quando Brunatto si accorse che si stava organizzando un piano di accuse per diffamare padre Pio, insorse: nell’eremita si risvegliò il vecchio spirito ribelle, non più a servizio del male, ma per difendere un innocente, padre pio. Il poliziotto, quindi, entrò in azione e raccolse una dovizia di documenti compromettenti. La sua strategia di difesa dell’innocente consisteva nel mettere in cattiva luce gli accusatori. Interpellò don Orione che gli consigliò di presentare la documentazione ai cardinali del Santo Ufficio, affinché avessero una visione chiara della faccenda. Il susseguirsi, poi, dei fatti e il malumore espresso in varie occasioni dal popolo di San Giovanni Rotond0o fecero sì che il Santo Ufficio ordinasse che in convento non fosse ospitato alcun laico, per cui Brunatto dovette lasciare il nido in cui aveva respirato l’affetto e gli insegnamenti di padre Pio [e stabilì la sua residenza a Pietrelcina] […].

Emanuele qualche tempo prima della morte.

La permanenza a Pietrelcina lo vide impegnato nella costruzione del convento dei Cappuccini ed ancora nello sforzo di un’estenuante e problematica difesa di padre Pio. Il Padre non condivideva il suo comportamento e lo esortava a non pubblicare i documenti raccolti che avrebbero compromesso varie personalità, anche ecclesiastiche […].

Oggi, a distanza di anni, possiamo affermare che, se abbiamo avuto la reintegrazione nelle attività pastorali di padre Pio, ciò si deve all’opera di tanti ecclesiastici, ma anche all’impegno di molti laici e, tra questi, del figlio prediletto, Emanuele Brunatto. […].

Fino alla fine fu fedele agli insegnamenti di padre Pio e, consapevole della pericolosità del suo carattere ribelle e della possibilità di ricadute nel male, ogni pomeriggio si recava nella chiesa di San Claudio, dove Gesù Sacramentato era solennemente esposto, e nell’adorazione eucaristica attingeva la forza per amare gli uomini che in precedenza aveva disprezzato e sfruttato.

Tratto da: “Il mistero del dolore in Padre Pio e gli angeli del conforto”, di P. Marciano Morra, pp. 329-339.

(Fonte: Il Settimanale di Padre Pio)

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