Alla scuola di Padre Pio per amare l’Eucaristia

Vi sono luoghi in cui si registra un quasi completo abbandono della retta fede e del degno culto alla divina Eucaristia. Comprensioni riduttive del Mistero eucaristico generano abusi che ne oscurano ulteriormente la grandezza. Ma il “dono” è troppo grande per poter tollerare diminuzioni. Dobbiamo tornare a contemplarlo con gli occhi della Fede cattolica e dei Santi.

di Suor M. Gabriella Iannelli, FI (18-04-2021)

San Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica-testamento Ecclesia de Eucharistia scrive: «Nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini. Perciò lo sguardo della Chiesa è continuamente rivolto al suo Signore, presente nel Sacramento dell’Altare, nel quale essa scopre la piena manifestazione del suo immenso amore» (n. 1).

L’Eucaristia è davvero tra i doni più eccelsi che Gesù ha fatto alla sua Chiesa; avendo Egli donato se stesso, in forma sacramentale, non può donare qualcosa di più grande: è la piena manifestazione del suo amore senza limiti! Per questo lo sguardo della Chiesa è, o dovrebbe essere, continuamente rivolto a Gesù presente nel Sacramento dell’Altare… Non dovrebbe mai accadere che proprio questo Sacramento d’amore sia ignorato, negletto, sconosciuto o misconosciuto, trascurato e persino profanato!

«La Chiesa vive dell’Eucaristia – ci ricorda ancora il Papa polacco –. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa. Con gioia essa sperimenta in molteplici forme il continuo avverarsi della promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20); ma nella sacra Eucaristia, per la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, essa gioisce di questa presenza con un’intensità unica» (ibidem).

Ciò che alimenta la vita della Chiesa è l’Eucaristia. Una Chiesa senza Eucaristia non sarebbe Chiesa, perché verrebbe a mancarle «il nucleo» centrale del suo mistero, e non potrebbe continuare il suo cammino nel mondo. Infatti: «Da quando, con la Pentecoste, la Chiesa, Popolo della Nuova Alleanza, ha cominciato il suo cammino pellegrinante verso la patria celeste, il Divin Sacramento ha continuato a scandire le sue giornate, riempiendole di fiduciosa speranza» (ibidem).

Al numero 9 dell’enciclica, san Giovanni Paolo II ribadisce ancora che «l’Eucaristia, presenza salvifica di Gesù nella comunità dei fedeli e suo nutrimento spirituale, è quanto di più prezioso la Chiesa possa avere nel suo cammino nella storia». Egli mette in evidenza l’opera di Concili e Sommi Pontefici che ha contribuito a lumeggiare il mistero eucaristico nei suoi vari aspetti, ma non manca di denunciare accanto a queste luci delle ombre, enumerandole con lucida precisione: «Purtroppo, accanto a queste luci, non mancano delle ombre. Infatti vi sono luoghi dove si registra un pressoché completo abbandono del culto di adorazione eucaristica. Si aggiungono, nell’uno o nell’altro contesto ecclesiale, abusi che contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento. Emerge talvolta una comprensione assai riduttiva del Mistero eucaristico. Spogliato del suo valore sacrificale, viene vissuto come se non oltrepassasse il senso e il valore di un incontro conviviale fraterno. Inoltre, la necessità del sacerdozio ministeriale, che poggia sulla successione apostolica, rimane talvolta oscurata e la sacramentalità dell’Eucaristia viene ridotta alla sola efficacia dell’annuncio. Di qui anche, qua e là, iniziative ecumeniche che, pur generose nelle intenzioni, indulgono a prassi eucaristiche contrarie alla disciplina nella quale la Chiesa esprime la sua fede. Come non manifestare, per tutto questo, profondo dolore? L’Eucaristia è un dono troppo grande, per sopportare ambiguità e diminuzioni» (n. 10).

Il “profondo dolore” del Papa santo e il suo forte richiamo a “non sopportare ambiguità e diminuzioni” per questo «dono troppo grande» interpella la Chiesa intera, e quindi ogni cristiano cattolico in quanto membro del Corpo mistico di Cristo. In questo contesto storico ed anche ecclesiale non privo di “ombre”, come ha detto il Papa, come fare per rimanere ancorati all’ortodossia e all’ortoprassi, senza rischiare di essere annebbiati o persino accecati da queste “ombre”? Un modo sicuro, oltre a quello di rimanere fedeli al Magistero perenne della Chiesa e alla Tradizione, è senz’altro quello di seguire l’insegnamento e l’esempio dei santi. Nella vita della Chiesa essi sono coloro che si pongono come maestri e modelli in tutto e specialmente nell’amore all’Eucaristia. Tra questi spicca, quale santo straordinariamente eucaristico, il nostro san Pio da Pietrelcina; per questo vogliamo metterci alla sua scuola certi che egli è ben contento di ammaestrarci con i suoi scritti e il suo esempio, aiutandoci a conoscere e ad amare di più l’Eucaristia e ad esserne partecipi con maggiore consapevolezza e pienezza.

Fin da quando era bambino la vita di padre Pio ruotava intorno al Tabernacolo e all’altare: «La sua vita, il suo pensiero, il suo cuore avevano un centro: il Prigioniero di Amore del Tabernacolo. Dall’Eucaristia traeva tutto […]. Fin da fanciullo era frequentemente in compagnia del Tabernacolo; nella vita di convento i compagni lo descrivono orante fino alle lagrime, davanti all’altare. A San Giovanni Rotondo le ore notturne, secondo la testimonianza dei confratelli, le viveva in coro. Negli anni ’50-’60 si ricorda la sua presenza in coro, proiettato verso il Tabernacolo, infallibilmente, ogni giorno, dalle 9 alle 12, e al pomeriggio dopo le confessioni, fino al tempo della benedizione eucaristica» (1).

Padre Pio aveva scoperto l’inesauribile sorgente di amore sgorgante dal “Tesoro” presente nel Tabernacolo e si sentiva attratto irresistibilmente da Lui e verso di Lui, bruciato come da un fuoco: «Mi vado alle volte domandandoscrive il 3 dicembre 1912 da Pietrelcinase vi siano delle anime che non si sentono bruciare il petto del fuoco divino, specialmente allorché si trovano dinanzi a lui in sacramento. A me sembra ciò impossibile, massimamente se ciò riguarda un sacerdote, un religioso» (Epistolario I, lettera n. 105), e conclude che se queste anime non sentono bruciarsi il cuore è perché lo hanno più grande e più capace di sopportare gli ardori divini. In verità padre Pio si avvicinava al Tabernacolo con una fede e un amore immensamente più grandi e percepiva tutta la grazia, la dolcezza, la bontà che fluiva dal Cuore eucaristico di Gesù. Per questo non si stancava mai di rimanere accanto al Tabernacolo, non solo di giorno, ma anche di notte; pure durante il tempo delle confessioni o di altre occupazioni il suo cuore non dimenticava il Tabernacolo, vivendo egli per primo quell’esortazione rivolta ad una sua figlia spirituale: «Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di fare altro, chiama Gesù anche in mezzo a tutte le occupazioni […]. Vola dinanzi al Tabernacolo, quando non ci puoi andare con il corpo, e là sfoga le ardenti brame, parla e prega e abbraccia il Diletto delle anime, meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente» (Ep. III, n. 22).

Padre Tarcisio da Cervinara racconta: «Alla morte di padre Agostino — 14 maggio 1963 — dopo i funerali, la salma dell’estinto partì per il cimitero. E padre Pio, che era stato per lunghissime ore nel matroneo, era tutto emaciato, abbattuto, stanchissimo. Credendo di arrecargli un certo sollievo, gli dissi: “Padre spirituale, andiamo in camera ora, così riposa un tantino”. E il Padre: “Dove voglio andare, figlio mio!… Il mio posto è qua!”, mi disse, fissando con gli occhi il tabernacolo» (2). È ancora padre Tarcisio a riportare la testimonianza della serva di Dio Luigina Sinapi che «stando in chiesa a San Giovanni Rotondo, vide un faro di fuoco uscire dal cuore di padre Pio, che era nel matroneo, e proiettarsi sul tabernacolo. Luigina chiese al Signore che cosa significasse quella visione. E l’Angelo custode le disse: “È l’amore di padre Pio per Gesù Sacramentato”». Padre Pio stesso conferma la verità di questa visione quando scrive, ancora giovanissimo, nel settembre del 1911 a padre Benedetto: «Molte cose avrei da dirle, ma mi viene meno la parola; solo le dico che i battiti del cuore, allorché mi trovo con Gesù sacramentato sono molto forti. Sembrami alle volte che voglia proprio uscire dal petto» (Ep. I, n. 44). Il Santo era talmente infiammato di amore per l’Eucaristia che il cuore, attratto potentemente dal Tabernacolo, sembrava che volesse uscire dal suo petto per unirsi a quello di Gesù eucaristico.

«Lo sguardo della Chiesa è continuamente rivolto al suo Signore, presente nel Sacramento dell’Altare, nel quale essa scopre la piena manifestazione del suo immenso amore»: sono le parole che il Santo Padre ha scritto nei primi paragrafi della sua enciclica; esse si sono realizzate perfettamente in questo figlio eletto della Santa Chiesa, che con il suo esempio ci spinge a sostare con più frequenza e più a lungo presso il Tabernacolo, per rimanere in compagnia di Gesù sacramentato e fare esperienza sempre più profonda del suo immenso Amore, manifestato in pienezza nel Sacramento dell’Amore.

NOTE

1) N. Castello – A. Negrisolo, Il Beato Padre Pio, miracolo eucaristico, Edizioni Paoline 2000, pp. 48-49.

2) Padre Pio e l’Eucarestia, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina 1990, pp. 14-15.

3) Ibidem.

(Fonte: Il Settimanale di Padre Pio)

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