Sulle orme di Padre Pio: don Giuseppe Marangoni

Una zimarra, una motocicletta e… Padre Pio! Questa è la storia di Don Giuseppe Marangoni.

di Marianna Iafelice

La storia di don Giuseppe Marangoni ha inizio in un paese sperduto dell’Emilia, quando l’Italia è ancora una Nazione inconsapevole che, di lì a poco avrebbe dovuto affrontare il dramma della seconda guerra mondiale, con il suo immenso carico di tragedie, di fame, e distruzione.

Sono gli anni Trenta, quando un giovane prete sta per raggiungere la chiesa che gli è stata affidata dal suo vescovo. Quel giorno il sole picchia alto in cielo, e il giovane sacerdote, in sella a una motocicletta Gilera, sfreccia a tutta velocità lungo una strada sterrata e polverosa. Non doveva di certo essere una cosa tanto normale vedere un prete centauro che con la sua zimarra nera e quel cappello tenuto faticosamente in testa grazie a un grosso fazzoletto annodato stretto al collo, viaggiava a ritmo sostenuto su una due ruote rombante.

Don Giuseppe che era stato destinato a San Pantaleone in Balia, durante quel viaggio non vedeva altro che una fitta distesa coltivata a grano, foraggio e frutteti. Cercava un paese, cercava la chiesa, ma il suo sguardo si posava solo sul niente. Fu proprio mentre si sforzava di capire dove fosse finito, che intravide un contadino in lontananza, a cui gridando, chiese se poteva avere indicazioni per raggiungere Balia, aggiungendo pure che era il prete incaricato di celebrare Messa la domenica. Il contadino, senza scomporsi, e con l’atteggiamento di chi proprio non riusciva a capacitarsi, rispose che quella “era” Balia.

Rarissimo ritratto di Don Giuseppe Marangoni (1913-1991)

Don Giuseppe allora, guardandosi tutt’intorno si rese conto, definitivamente, di tutta la desolazione che lo circondava. Non vi erano case e sebbene cercasse con lo sguardo la chiesa, non la vedeva, per cui dovette farsi coraggio e chiedere ancora una volta spiegazioni al contadino, il quale gli indicò in lontananza una casupola fatiscente. La chiesetta era più simile a una capanna, tanto che alle obiezioni di don Giuseppe, l’uomo spazientito gli rispose sarcastico: «E che …! Un arnese così vestito voleva trovare a Balia la Basilica di San Pietro?». Da quel momento iniziò l’avventura di questo giovane prete, che trascorreva gran parte delle sue giornate a pregare, in solitudine, circondato dai campi, ore in ginocchio davanti a Gesù sacramentato, ripetendo costantemente a sé stesso, per non perdersi d’animo, che la vita sacerdotale deve essere una vita di abnegazione, di temerarietà e di prontezza nel superare qualsiasi ostacolo.

E così un giorno, stanco e mortificato, decise di organizzare un pellegrinaggio alla volta di San Giovanni Rotondo, determinato a raccontare al frate, di cui tanto aveva sentito parlare, quanto fosse inutile la sua presenza a Balia, e quanto fosse vuota e desolata la sua chiesetta. Il consiglio che chiese a Padre Pio fu quello di sapere se, essendo ormai stanco di quella situazione, fosse giusto poter chiedere il trasferimento al vescovo. Padre Pio gli rispose con un no categorico e irremovibile: «Mettiti davanti a Gesù nel tabernacolo e non sarai più solo!». E quando don Giuseppe ribatté che quella solitudine, quella mancanza di contatto umano, lo annoiava, lo sfiniva, Padre Pio continuò dicendogli: «Alzati, spazza la chiesa, ordina la casa, studia e riprendi la tua contemplazione davanti al Tabernacolo». Quindi si lasciarono facendo un patto, un accordo proposto da Padre Pio, a cui don Giuseppe non poté proprio sottrarsi: «Tu preghi nel silenzio di Balia ed io confesso nel chiasso di San Giovanni Rotondo. Tu raccogli i lontani, i contrari, i nemici della Chiesa e li porti a San Giovanni Rotondo ed io darò loro il perdono dei peccati. Ci aiuteremo a vicenda. Accetti?». Cosa avrebbe potuto fare don Giuseppe se non accettare? Per anni quindi, organizzò pellegrinaggi alla volta del paese garganico con soli uomini, i quali durante il lungo viaggio sul pullman venivano preparati alla confessione.

Ma don Giuseppe non aveva mai sognato una vita fatta esclusivamente di contemplazione, non riusciva proprio a rinunciare alla vita attiva fatta di prediche e di Vangelo spiegato alla gente. Fu così che scese nuovamente dal Padre, questa volta convinto però, che Padre Pio non sarebbe proprio riuscito a dissuaderlo dal chiedere il trasferimento. Ma non aveva fatto i conti con il frate che ancora una volta ebbe la meglio: «Ed allora vuoi andare via?», disse. Poi continuò: «È lì il tuo posto. Comprendo la tua sofferta posizione, ma allora anch’io dovrei scappare di fronte a tante calunnie e ingiustizie». Don Giu- seppe però, non ci stava proprio ad accettare tutto così, passivamente: «Si, Padre, ma io sono giovane, ho fatto le corse con la motocicletta». E fu allora che Padre Pio diede il suo affondo finale: «Sei pieno di vita ed allora organizzati: la gente non viene in canonica? E allora vai tu dalla gente e vedrai che poi la gente verrà da te». E poi continuò facendogli un esempio: «Non hai saputo che io faccio organizzare le rappresentazioni teatrali? Gli attori non li vado di certo a comprare: sono gli operai, e i medici di Casa Sollievo». Il discorso, dunque, si chiuse anche quella volta, a netto favore di Padre Pio.

Don Giuseppe, rientrato a Balia si rimboccò le maniche, si mise a lavoro per cui un poco alla volta fece fiorire, intorno a quella chiesa, una comunità sempre più vivace e attiva. Si circondò di giovani e adulti, che teneva uniti organizzando tra l’altro corse ciclistiche, partite a carte, tornei di ogni genere.

Don Giuseppe, memore delle parole del Frate, non lasciò mai Balia, rimanendo fedele a quelle parole udite tante volte: «Non hai nulla da fare? Prega davanti a Gesù nel tabernacolo».

Negli anni Sessanta, durante la visita apostolica di monsignor Maccari, Don Giuseppe che era a San Giovanni Rotondo si sentì chiamare in disparte dal Padre che gli disse sfinito: «Don Giuse’, vieni qua». Poi prese dei soldi dalla tasca e porgendoglieli continuò: «Di’ una messa per me, perché non ci capisco più nulla, non so se mi salvo l’anima».

A un certo punto della vita di don Giuseppe però, sopraggiunse pure la malattia, quel Parkinson che lo costrinse a dover ridurre di molto la sua attività, senza però mai lasciare la direzione dei Gruppi di preghiera della sua zona. Una delle ultime volte che vide Padre Pio, era accompagnato dal suo medico, al quale il Frate prima di salutarlo disse con affetto: «Me lo curi ben bene don Giuseppe, me lo curi bene!».

Fu così che salutò quel santo Frate che gli aveva insegnato, con tanta pazienza e con l’esempio che «il pastore non fugge davanti al pericolo, ma piuttosto va in cerca della pecorella smarrita», ammonimento che lui avrebbe ricordato e seguito per tutta la sua esistenza.

(Fonte: Voce di Padre Pio, 03-2021)


URGENTE. Raccolta fondi straordinaria

Carissimi devoti e figli spirituali di Padre Pio,

ci vediamo costretti a prolungare la raccolta fondi straordinaria, perché ci è giunta un’altra richiesta d’aiuto economico da parte di una famiglia che deve far fronte ad alcune spese il prima possibile.

Come sempre la nostra redazione ha dato quanto poteva, ma da sola non è sufficiente.

Vi chiediamo di aiutarci ad aiutare questa famiglia in difficoltà, o almeno di dire una preghiera affinché possa riuscire a far fronte alle spese in scadenza.

Vi ringraziamo per il vostro aiuto (sia materiale che spirituale) da parte di quella famiglia, anche da parte nostra, e vi ricordiamo che ogni giorno — in modo particolare la domenica — preghiamo per le intenzioni dei benefattori del nostro blog e di nostri amici e fratelli che domandano il nostro aiuto.

Che il Signore vi ricompensi 100 volte tanto in questa e nell’altra vita!

PS: Per chi volesse avere maggiori informazioni ci scriva qui.

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