Il declino. In attesa di “sorella morte”

di Gennaro Preziuso, da “Padre Pio, l’apostolo del confessionale” (Ed. San Paolo, 1998).

Padre Pio continuava con ritmo intenso la sua missione anche se, da qualche tempo, aveva imboccato la strada del declino. Le sofferenze fisiche e spirituali lo avevano prostrato. La vista stava per abbandonarlo, tanto che chiese ed ottenne di poter commutare la recita dell’Ufficio divino con quella dell’intero Rosario.

Il Papa Paolo VI volle che gli venisse assicurata piena libertà e tranquillità nel lavoro e invitò i superiori dell’Ordine a comportarsi con Padre Pio come se non fosse tenuto al voto di obbedienza.

Nel 1966 il Padre sentì prossima la sua fine. Alla nipote Pia Forgione Pennelli, figlia del fratello maggiore Michele, profetizzando disse: «Fra due anni non ci sarò più!».

Alcuni suoi figli spirituali gli domandarono: “Padre, come state?”. Rispose: «Male, male, male! Posso dire: “Cursum consummavi, fidem servavi”. Una sola cosa mi manca: la tomba!».

Si avvicinava, intanto, il giorno del giubileo della sua crocifissione. Le gocce del suo sangue, stillate da quelle “piaghe” nella clessidra del tempo, avevano scandito le ore, i giorni, gli anni di un inaudito martirio. Preferiva vivere nel silenzio più assoluto. Breve il suo parlare, brevissime le sue confessioni. Rispondeva a monosillabi. Fissava nel vuoto un’invisibile presenza, muovendo le labbra alla preghiera. Si preparava al sospirato incontro con Dio. Viveva senza vivere. Viveva morendo!

Privo di forze, costretto a dover dipendere da tutti, andava elemosinando ai confratelli la carità di un aiuto per ogni azione, naturale o sacerdotale.

Aveva bevuto, fino all’ultima goccia, il calice delle mortificazioni, aveva assaporato il fiele dell’amarezza, era pronto a morire d’amore!

Venerdì, 20 settembre 1968, giorno del cinquantesimo anniversario della sua “stimmatizzazione”, in chiesa non vi fu nessuna solennità esteriore. I suoi figli spirituali lo circondarono d’affetto. Non fecero chiasso, né festeggiamenti. Si raccolsero invece in preghiera. Come unico segno di quella ricorrenza riempirono l’altare di tante rose rosse. Ne misero anche davanti al Crocifisso del coro. Parteciparono alla celebrazione della sua messa e, a tarda sera, fecero oscillare mille fiaccole accese nel piazzale del Rosario, dove la finestra della sua cella s’affacciava.

Il giorno successivo Padre Pio, estenuato dall’asma, non poté celebrare. Volle però comunicarsi. Poi disse: «È finita! È finita!».

I confratelli non diedero peso alle sue parole. Altre volte lo avevano visto abbattuto, quasi in fin di vita e poi… nuovamente al lavoro, forte più di prima.

Nel pomeriggio il Padre si fece accompagnare sul matroneo per benedire i suoi figli spirituali convenuti a San Giovanni Rotondo in occasione del IV Convegno internazionale dei Gruppi di preghiera, fissato per l’indomani. Il superiore del convento incoraggiò Padre Pio. Doveva star bene per la festa dei suoi figli. Il Padre rispose: «Altro che festa! Dovrei fuggire e scomparire per la confusione che provo!».

Domenica, 22 settembre, era un giorno speciale. Il padre guardiano chiese a Padre Pio di celebrare, alle cinque del mattino, una messa in canto. Erano presenti ben 740 Gruppi di preghiera.

Il Padre raccolse tutte le sue forze e, come sempre, obbedì. Assistito dai padri Onorato e Valentino s’avviò verso l’altare. Guardò smarrito la folla che gremiva la chiesa. Con voce affaticata e tremula elevò a Dio il suo ultimo canto. Poi fissò gli occhi della Madonna, dolcissimi, nel grande mosaico. «Madre, ecco i tuoi figli!», e pianse. Erano venuti da tutte le parti del mondo per dargli, senza volerlo, ancora un’altra giornata di passione.

Alla consacrazione qualcuno vide con stupore le sue mani bianche, belle come quelle di un bambino. Le stimmate, che per cinquant’anni le avevano arrossate, erano scomparse. La sua missione era giunta al termine.

Alle 5,30 il Padre intonò: «Ite, missa est». Avvertì che il suo cuore stava per scoppiare. Venne meno e si piegò su sé stesso. La folla ebbe un sussulto. Dalle tre navate si levò un’ovazione. Se fra Guglielmo non l’avesse con prontezza sostenuto, sarebbe pesantemente caduto sui gradini dell’altare.  Era terminata la messa di un moribondo, di un uomo che, misticamente, aveva già cessato di vivere.

Deposto su una sedia a rotelle dai confratelli preoccupati e sgomenti, il Padre venne condotto in sagrestia. Mentre si allontanava volse uno sguardo impressionante ai presenti. Sollevò il braccio e, con un nodo in gola, riuscì solo a dire: «Figli miei! Figli miei!». E si sentì  assalire da un impeto d’amore. Dilaniato dall’ansia di unirsi a Dio e dallo strazio di lasciare orfani i suoi figli, recitò mentalmente la “preghiera sacerdotale” di Gesù.

Dopo il ringraziamento della messa, chiese di essere accompagnato al confessionale. Lo fecero passare tra la gente, ma dovettero poi tornare indietro. Tremava, era assente, bianco in viso e con le mani fredde.

Sul sagrato del santuario i Gruppi di preghiera stavano ascoltando i discorsi ufficiali. Padre Pio avrebbe dovuto salutarli a mezzogiorno. Verso le 10,30 cercò di abbreviare i tempi. Dalla finestra del coro agitò un fazzoletto bianco e diede loro il suo saluto e la sua benedizione. Ci fu un delirio di applausi.

Nel pomeriggio ascoltò la messa sul matroneo. Al termine cercò di alzarsi per benedire i fedeli, ma rimase curvo senza più potersi muovere. A sera s’affacciò per salutare i figli suoi.  Un grido lo raggiunse: “Padre, vi vogliamo bene!”. Non seppe trattenere le lagrime e venne allontanato dalla sua finestra, che si chiuse per sempre.

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