L’ateo convertito

di Antonio Pandiscia, Il mio Padre Pio, pp. 126-127.

Dicevo della presenza costante di Padre Pio nella nostra casa. Infatti, tutti in famiglia lo abbiamo conosciuto personalmente. Fin da bambini andavamo con i nostri genitori al Santuario e partecipavamo alla Messa mattutina; c’era, a volte, tanto freddo, e la Messa era tanto lunga, ma nessuno di noi mostrava il minimo segno di insofferenza. In particolare, ricordo lo sguardo vivo di quel Frate dalla lunga barba che sembrava penetrare i pensieri più nascosti. Ho il rammarico di non aver voluto mai confessarmi con lui, non so se per timore, riverenza o soggezione.

espositoreUn episodio fra i tanti mi è rimasto impresso. Un giorno, attraversando il Gargano con alcuni amici, passammo per San Giovanni Rotondo e naturalmente proposi di andare a visitare il Santuario, ma uno del gruppo, Ettore Pontieri, non volle entrare perché non credente; io, ridendo, gli dissi che nessuno lo avrebbe privato del suo “ateismo” se fosse entrato a visitare una piccola chiesetta, peraltro molto carina. Infatti, così facemmo. Si stava svolgendo la funzione pomeridiana. Al momento della Consacrazione, questo amico, che fino a quel momento aveva mostrato un atteggiamento annoiato e distaccato, s’inginocchiò e rimase così per lunghissimo tempo. La gente cominciava a uscire e lui era lì, immobile, assorto, sordo ai miei inviti a venir via.

Quando finalmente uscì, comprò un numero imprecisato di immaginette del Frate, coroncine, statuine, libri. Gli chiesi: «Ma non sei ateo?». «Sì, lo ero, ora non so, non capisco, mi sono trovato in ginocchio e non so come, qualcosa più forte di me mi ha spinto a farlo. C’è una forza in quello sguardo che annulla ogni volontà, sento qualcosa di diverso in me. Ritornerò ancora».

Ecco, questo era Padre Pio: una sua parola, un semplice sguardo ti toccava nel profondo. Ed oggi che non c’è più, quando si entra nella sua chiesetta sembra che sia lì, ad accoglierci.

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