750 giorni di “carcere”

Capitolo 22° del libro La passione di Padre Pio (Renzo Allegri, Mondadori, 2015).

Il 1931 fu un anno buio per Padre Pio, che ricevette una nuova, severissima condanna da parte del supremo tribunale della Chiesa, che includeva tra l’altro anche un’autentica carcerazione domiciliare durata quasi tre anni.

La sede della Congregatio pro doctrina fidei a Roma, ex Sant'Uffizio.
La sede della Congregatio pro doctrina fidei a Roma, ex Sant’Uffizio.

Nel gruppo delle autorità ecclesiastiche che da anni si erano distinte per la loro totale avversità a Padre Pio, c’erano stati dei cambiamenti. Il cardinale De Lai, il cardinale Perosi, il cardinale Merry del Val erano morti. Monsignor Gagliardi era stato costretto alle dimissioni. Alcuni dei canonici di San Giovanni Rotondo erano stati ritenuti colpevoli e condannati.

Il 13 gennaio 1931 arrivò al Sant’Uffizio Padre Bernardo d’Alpicella, superiore provinciale di Foggia, per una testimonianza in merito a vicende estranee a Padre Pio. Al termine della deposizione, però, egli chiese di poter aggiungere qualche parola sul “caso” Padre Pio:

Mi si permetta d’aggiungere un’idea… relativa al padre Pio del convento di San Giovanni Rotondo. Credo che anche per il Sant’Offizio sarebbe meglio liberare la provincia di Foggia di detto Convento e mettere tale convento alle dirette dipendenze del Generale e sotto la direzione, se si vuole, di un forestiero.

L’idea non era nuova. Poteva essere utile per portare calma e chiarezza nel convento e nella popolazione della cittadina, accusata di fanatismo. Il 15 gennaio, la proposta venne approvata dal papa, che ordinò di realizzarla immediatamente, ma “senza pregiudicare la questione del trasferimento di Padre Pio”.

Il 24 febbraio, il Sant’Uffizio convocò il padre generale dei Cappuccini per avere “aggiornamenti” sul trasferimento di Padre Pio e il generale riferì che la situazione era immutata. Esisteva sempre il concreto pericolo di sommosse popolari.

L’11 marzo, i cardinali si riunirono e formularono contro Padre Pio un nuovo decreto, duro, anzi durissimo:

Il Generale … intimi al padre Pio, a nome del Sant’Offizio di non celebrare se non nell’Oratorio interno del convento e di non confessare, sotto pena, se non obbedirà, della sospensione a divinis.

La decisione, improvvisa e inattesa, era stata votata all’unanimità. I cardinali inquisitori, che nei mesi precedenti si erano dimostrati indecisi e tolleranti, ora erano tutti compatti nel comminare una pena così severa.

I colpi di scena, però, non erano finiti: quella decisione non ebbe l’approvazione del papa. Pio XI si dissociò apertamente. Sospese il provvedimento. Disse di ordinare al padre generale di mandare un nuovo guardiano a San Giovanni Rotondo, ma di sospendere le altre imposizioni.

Si vedrà in un secondo tempo, in base anche all’attitudine del nuovo padre guardiano, se occorra prendere altri provvedimenti verso il padre Pio.

Tutto questo avveniva nelle stanze del Sant’Uffizio, e quindi doveva restare segretissimo. Ma, come accadeva da anni, le voci dei nuovi provvedimenti contro Padre Pio arrivarono subito a San Giovanni Rotondo, e come sempre cominciarono le sommosse popolari.

Seguirono giorni di grandi agitazioni e di gravi eventi, di cui si trovano descrizioni in vari documenti: lettera del prefetto di Foggia, Francesco Benigni, al ministero dell’Interno; lettera del padre provinciale di Foggia al superiore generale; lettera di questi al Sant’Uffizio eccetera. Ma il racconto più dettagliato e più attendibile si trova nel diario di Padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, un confratello di Padre Pio che era allora guardiano del convento di San Giovanni Rotondo e fu testimone diretto. Ecco ciò che scrisse:

Il 31 marzo 1931 vengo chiamato a Foggia dal Padre Provinciale, Padre Bernardo d’Alpicella, il quale mi comunica in segreto che a S. Giovanni Rotondo verrà un nuovo Superiore mandato da Roma della Provincia di Milano. Tutto in segreto, ma a San Giovanni Rotondo alcuni laici già lo sapevano ed il 4 di aprile lo sanno tutti. Sempre il 4 aprile nel pomeriggio vado dal Podestà, dottor Antonio Bramante, in compagnia di Padre Luigi da Serracapriola per gli auguri pasquali. Questi me ne parla ed io smentisco, ma il Podestà che già sapeva tutto mi disse chiaro e tondo: “Padre Guardiano, voi non potete parlare perché avete il segreto, ma io non ho segreti: debbo parlare ed è mio dovere difendere il nostro P. Pio”. La sera del 7 aprile arriva per caso un Padre dei Frati Minori, Padre Eugenio, che era di ritorno dalla predicazione nelle Puglie. Venne a San Giovanni per visitare Padre Pio. Non fosse mai venuto. Tutti pensarono che fosse il nuovo Superiore, tra i quali lo stesso Podestà che tornava nella medesima corriera da Foggia. In breve, si diffuse la voce in paese. Vennero tutti, armati fino ai denti, per sorvegliare il Convento e proteggere Padre Pio, temendo che questo frate lo portasse via. A qualunque costo, pretendevano che io, Superiore, consegnassi loro questo forestiero per riportarlo a Foggia, come dicevano; ma con quali conseguenze? Visto tutto inutile, ad ora tarda, verso la mezzanotte, con la leva di un palo della luce elettrica, che stava depositato nel piazzale, forzarono il portone del Convento. Stavo in Coro, quando mi accorsi dal chiasso che erano penetrati nel Chiostro. Subito scesi giù, risoluto e con voce imperiosa, comandai a tutti di uscire dal Convento. Fu un azzardo che feci, perché erano tutti armati, ma andò tutto bene… Usciti dal Chiostro, promisi loro che avrei chiamato Padre Pio, e così si calmarono un poco. Andato su, lo chiamai, che stava in cella, e con lui venne pure il Padre ospite, che era più morto che vivo. Padre Pio si affacciò dalla finestra della prima stanza vicino al Coro per calmare la popolazione dicendo che quello era un Padre nostro confratello, che si trovava di passaggio, e di star tranquilli; ma per nulla si persuadevano, anzi dicevano che era il Superiore che gli suggeriva quelle parole per tranquillizzarli. Allora arriva il Podestà, con Francesco Morcaldi e qualche altro esponente e li feci parlare con Padre Pio. Così, piano piano si persuasero, e cominciarono a tornare alle loro case, lasciando alcuni per il servizio di vigilanza intorno al Convento, vigilanza che vi era tutta la notte. Poiché era stata forzata la porta d’ingresso del Convento, fu mio dovere fare la dovuta denunzia all’Autorità Giudiziaria. Tutto poi si accomodò pacificamente con la promessa rassicurante che non si sarebbero verificati più simili inconvenienti. Intanto, il Padre Generale, in data 15 aprile, chiese relazione di quanto era accaduto, ed il 25 maggio successivo il Convento di San Giovanni Rotondo, d’ordine del Santo Ufficio, passa alle dirette dipendenze del P. Generale. Il nuovo Superiore era già a Roma: ma si ferma là a causa di quanto era successo a San Giovanni Rotondo. Fu una vera fortuna per lui, perché se fosse venuto, come era indignato il popolo, certamente gli avrebbero fatta la pelle.

A mano a mano che si verificavano i fatti a San Giovanni, il Sant’Uffizio veniva informato. E anche il papa. Le proteste del popolo, soprattutto ai danni di un religioso, Padre Eugenio, che in realtà non c’entrava per niente, irritarono gli eminentissimi cardinali inquisitori. Nella loro riunione del 15 aprile 1931, questi esaminarono la situazione, decisi a intervenire in modo esemplare. Ma dalle note di quella riunione si ricava che nelle valutazioni erano divisi: alcuni sostenevano che bisognava sospendere ogni provvedimento e lasciar passare del tempo per non irritare ancor di più la gente; altri invece che era necessario mostrare il pugno di ferro. Raffaello Rossi, da poco diventato cardinale, fece una proposta drastica: mandare via tutti i religiosi di quel convento e interdire la chiesa. Praticamente, chiudere l’eremo dei Frati Cappuccini di San Giovanni Rotondo. In questo modo il “caso” Padre Pio si sarebbe automaticamente spento.

Nel 1921, Rossi, che allora era un giovane vescovo, aveva compiuto la prima visita apostolica ufficiale a San Giovanni Rotondo, e nella sua lunga relazione aveva preso le difese di Padre Pio scrivendo che era un religioso esemplare, un vero santo. Ora, dieci anni dopo, da cardinale, da membro effettivo del Sant’Uffizio, esprimeva un giudizio molto diverso e molto severo.

Una delle ultime foto prima dell'ingiusta "carcerazione".
Una delle ultime foto di Padre Pio prima dell’ingiusta “carcerazione”.

Papa Pio XI non appoggiò nessuna di quelle proposte. Volle riflettere. E il 30 aprile comunicò all’assessore del Sant’Uffizio la sua decisione: riteneva opportuno ritornare sul trasferimento di Padre Pio in altro convento. Ricorrendo però all’aiuto del Governo, attraverso le vie diplomatiche ufficiali. Disse di incaricare il nunzio apostolico italiano, monsignor Borgongini-Duca, il primo nunzio d’Italia dopo i Patti Lateranensi, di sondare quale fosse l’opinione del Governo, e in particolare quella di Mussolini, sul “caso” Padre Pio e sulle sommosse popolari che provocava nel Gargano.

Di questo passo diplomatico non ci sono documenti diretti. Tutto si svolse in gran segreto. Si sa che il desiderio del papa venne eseguito. Il 3 maggio l’assessore del Sant’Uffizio parlò con il cardinale Pacelli, che da un anno era segretario di Stato del Vaticano; questi convocò il nunzio Borgongini-Duca e lo incaricò della missione. Non è nota la data dell’incontro tra il nunzio e Mussolini, ma è certo che quell’incontro avvenne e che il nunzio riferì al papa i risultati del loro colloquio. Che cosa abbia detto Mussolini non si sa. Probabilmente avrà ripetuto quanto già affermato al capo della polizia due anni prima: “Si lasci in pace Padre Pio”. L’unica cosa che risulta dai documenti conservati è la parola “dilata”, che il nunzio scrisse, a mano, sul dattiloscritto di promemoria che si era portato a quell’incontro: dilata, nella terminologia usata in Vaticano, significava che bisognava attendere.

In quel periodo vennero pubblicati due libri su Padre Pio, a firma di Alberto Del Fante, che volevano essere in difesa del religioso e che invece contribuirono a irritare ancora di più i nemici del frate. Alberto Del Fante era uno scrittore bolognese, e un convertito da Padre Pio. Prima della conversione era ateo, anticlericale, massone, e non perdeva occasione per scrivere contro la Chiesa, contro la religione. Nel 1919, quando si diffuse la notizia delle stigmate di Padre Pio, aveva scritto una serie di articoli su Italia laica di Firenze, accusando il religioso di essere un mistificatore “capace di abbindolare la gente credulona e facile all’entusiasmo”.

Ma proprio in quel periodo un suo nipotino, Enrico, a cui Del Fante era attaccatissimo, si ammalò ai reni con sintomi di tubercolosi ossea e polmonare. I medici non davano speranze. Due parenti di Del Fante andarono a trovare Padre Pio. Al loro rientro, riferirono che il Padre aveva detto che tutto si sarebbe risolto bene. Alberto rimaneva scettico. “Se Enrico guarirà, mi recherò anch’io in pellegrinaggio”, disse, sicuro che non sarebbe mai accaduto. Invece, il bambino guarì e Del Fante, sconvolto, si recò a San Giovanni Rotondo, dove si convertì diventando uno dei divulgatori più fervidi dell’opera di Padre Pio.

Del Fante era una personalità assai nota e venne battezzato e cresimato a Roma, nel 1922, dal cardinale Augusto Silj, amico di Padre Pio. Del Fante chiese al cardinale che cosa avrebbe dovuto fare ora che era convertito, e Silj gli rispose:

Posso darle un solo consiglio: torni da Padre Pio e dalle sua labbra sacre sentirà certamente quello che il Signore ha per lei deciso; nella prossima primavera mi recherò pure io da lui.

Del Fante divenne un fedele di Padre Pio. Contribuì a farlo conoscere attraverso i suoi scritti e le sue conferenze. Anche grazie a lui, Bologna divenne una città con un numeroso gruppo di fedeli del frate. Quando l’offensiva contro Padre Pio si fece più serrata, Del Fante volle impegnarsi in sua difesa. Si schierò apertamente a fianco di Morcaldi e Brunatto, e portò il proprio contributo con due libri. Nel primo, Dal dubbio alla fede, pubblicato nel 1930, raccontava la sua conversione. Il libro ebbe l’imprimatur da parte del vicario generale della diocesi di Cremona, monsignor Vigna, a dimostrazione che l’opera era giudicata, da un punto di vista teologico, in perfetta sintonia con la Chiesa e la fede. Ma pochi mesi dopo un suo secondo libro, A Padre Pio da Pietralcina, l’araldo del Signore, incontrò le ire del Sant’Uffizio.

In quei giorni arrivò al Sant’Uffizio una lettera che ebbe un peso notevole per le decisioni dei cardinali inquisitori. Proveniva da Como, da monsignor Alessandro Macchi, che aveva lasciato la diocesi di Andria ed era stato nominato arcivescovo di Como, ma manteneva ancora l’incarico di amministratore apostolico della diocesi di Manfredonia, quindi era il responsabile straordinario, incaricato dal papa, per le vicende inerenti Padre Pio. Nel corso del suo mandato, che durava dal 1929, monsignor Macchi aveva già tentato varie soluzioni, in particolare l’allontanamento di Padre Pio da San Giovanni Rotondo. Ma, come sempre, erano sorte difficoltà e l’operazione non era riuscita. Macchi aveva continuato la propria opera raccogliendo informazioni e prendendo decisioni, e ora, poiché sapeva che il suo mandato stava per scadere, inviò una nuova relazione, decisiva e riassuntiva, per spiegare qual era per lui la possibile risoluzione della vertenza.

In questa sua relazione, che porta la data del 6 maggio 1931 ed è indirizzata al segretario del Sant’Uffizio cardinale Sbarretti, Macchi riferisce di aver compiuto una visita al convento di Padre Pio dopo la manifestazione che si era avuta nella notte del 7 aprile, con lo sfondamento della porta del convento da parte di alcuni facinorosi, e suggerisce alcune soluzioni, secondo lui necessarie. Lo fa con un linguaggio stringato, deciso, e firma con tutte le sue qualifiche certamente per ribadire che tali suggerimenti non erano “consigli privati”, ma “conclusioni meditate” del suo mandato per la diocesi vacante:

Or bene: se non è possibile, o meglio se non è ancora maturo il tempo per portare altrove padre Pio, oso pregare codesta suprema:

  • di impedire a padre Pio di ricevere le Confessioni delle donne, in tal guisa si allontaneranno da lui le bizzoche, che sono causa di disordini;
  • di impedire allo stesso padre che riceva lettere, dando consigli ecc.;
  • di impedire che vada al parlatoio, quando è chiamato da donne;
  • di proibire ai sacerdoti e frati che lo avvicinino.

In tal guisa, Padre Pio finirà coll’essere dimenticato. Mi assicura il postino che giungono a padre Pio continuamente vaglia con denaro. Bacio la S. Porpora, e con ossequi di profonda venerazione mi professo. Di V. E. Umo in Xsto Alessandro Macchi Vescovo di Como, Amm[inistratore] Apos[tolico] di Manfredonia.

I suggerimenti di monsignor Macchi furono presi in seria considerazione dai cardinali inquisitori. Anche perché si riallacciavano a quelli da loro stessi formulati nella riunione dell’11 marzo e che non avevano avuto l’approvazione del papa.

Il 13 maggio, i cardinali tornarono a riunirsi. Discussero dei libri di Del Fante, delle minacce di Brunatto e di Morcaldi, e della lettera di monsignor Macchi. Bisognava prendere decisioni urgenti. Rispolverarono quanto avevano proposto al papa due mesi prima. Anzi, qualcuno voleva aggravare i vecchi provvedimenti, con la totale sospensione a divinis. Pio XI, però, anche in questa occasione, si mostrò prudente. Approvò che gli venisse tolta la facoltà di confessare, soprattutto le donne, ritenendo quindi fondate le accuse più gravi sulla condotta morale del religioso, ma gli permise di continuare a celebrare la Messa giornaliera, però non in chiesa, tra la gente, bensì in una stanza privata del convento alla presenza del solo inserviente. Sentenza durissima, equivalente a una carcerazione domiciliare.

I cardinali inquisitori stesero così il loro nuovo documento di condanna a Padre Pio, formulato in due precisi decreti. Il primo, in data 22 maggio 1931, condannava all’indice il libro di Del Fante richiamando e confermando la validità di tutti i precedenti interventi ufficiali emessi dalla suprema congregazione.

È stato pubblicato in questi giorni il libro di Alberto Del Fante: “Padre Pio di Pietrelcina, l’Araldo del Signore”, Bologna, Galleri editore, 1931 (pagine 513 con illustrazioni). Per norma dei fedeli, la Suprema Sacra Congregazione del S. Offizio dichiara e fa noto che la detta pubblicazione, trattando anche di pretesi miracoli e di altri fatti straordinari, a termini del canone 1399, 5° del Codice di Diritto Canonico, è ipso iure proibita; e cade quindi senz’altro sotto il disposto del precedente canone 1398 § 1, di modo che non può né stamparsi, né leggersi, né ritenersi, né vendersi, né tradursi in altre lingue, né comunque comunicarsi con altri. In questa occasione, la medesima Suprema Sacra Congregazione crede opportuno di richiamare alla memoria dei fedeli le precedenti sue dichiarazioni ed istruzioni relative al sunnominato Padre, che si trovano pubblicate nel Bollettino Ufficiale della Santa Sede, Acta Apostolicae Sedis volume XV (pag. 356) e volume XVI (pag. 368), perché i fedeli sappiano essere loro dovere di astenersi dall’andar a visitarlo, o mantenere con lui relazioni anche semplicemente epistolari.

Il secondo decreto è breve, ma durissimo:

Al Padre Pio da Pietrelcina siano tolte tutte le facoltà del Ministero Sacerdotale, eccettuata soltanto la facoltà di celebrare la Messa, ma purché entro i muri del convento, privatamente nella cappella interna, non nella chiesa pubblica.

Iniziò così il periodo di carcere di Padre Pio, o, se vogliamo usare termini eufemistici, di arresti domiciliari, che durerà 750 giorni. Periodo pesante, doloroso per qualsiasi persona, ma soprattutto per un sacerdote che aveva dedicato la propria vita a Dio nel ministero pastorale, in special modo quello della confessione. Per 750 giorni non poté confessare nessuno e non poté svolgere nessuna di quelle attività che erano proprie del suo stato e della sua vocazione.

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