Una questione di soldi

Estratto del libro “I nemici di Padre Pio” di Francobaldo Chiocci (1969).

Un albergatore padovano, Vittorio Chinetto, sul finire del 1959, chiede a Padre Pio: «Ma cosa sta accadendo a Padova?». È venuto sul Gargano dal nord, come molte altre volte, a cercare un po’ di conforto, uno dei tanti. Questa volta ha però l’animo turbato. Il suo vescovo, da una settimana, ha preso a punire – ancora non si parla di persecuzioni, parola grossa e difficilmente pronunciabile in una regione in cui il vescovo è la massima autorità due sacerdoti modello della sua diocesi, noti a tutti per il loro fervore religioso e la loro pia vita: don Attilio Negrisolo e don Nello Castello.

229Si sa inoltre che il vescovo, il cappuccino monsignor Girolamo Bortignon, tramite il parroco don Antonio Varotto ha chiesto a due fedeli di Patire Pio, Gino Masiero e Costantina Nalesso, di non far trasmigrare a San Giovanni Rotondo il denaro raccolto tra i devoti del frate con le stimmate, gente danarosa e piena di generosità. Egli ha iniziato grandiose opere edilizie (il Seminario Minore e la Casa della Provvidenza di Sant’Antonio, tra queste, con un progetto iniziale di spesa di cinque miliardi) e stenta a portarle a termine, anche parzialmente. Si trova anzi fortemente inguaiato. In coincidenza con il crollo di Giuffrè, gli sono venute meno molte fonti di finanziamento sulle quali contava. E ha bisogno di soldi. In fin dei conti, sono “opere buone” anche le sue, oltre che quelle di Padre Pio da Pietrelcina, un frate sul conto del quale, inoltre, pesano le antiche ipoteche poste dal Sant’Uffizio e, secondo il vescovo, mai revocate.

Ma queste cose il signor Chinetto e gli altri padovani abituali pellegrini a San Giovanni Rotondo ancora non le sanno, o non le sanno tutte. Non hanno letto, ad esempio, la dichiarazione che il signor Gino Masiero e la signora Costantina Nalesso stanno preparando perché se ne faccia un uso consono alle finalità che i due diocesani si ripromettono, e cioè di difendere il movimento di Padre Pio e le offerte che come fiduciari essi hanno raccolto ed hanno in consegna.

«Noi due sottoscritti», si apprende dal documento, tra l’altro, «siamo stati convocati da don Antonio Varotto a colloquio nella sua canonica tre volte: verso la metà di ottobre, il 10 dicembre e il 12 dicembre 1959. Nella sua canonica, dopo la Santa Messa, entravano gli amici di Padre Pio di Padova, con il relativo permesso chiesto a don Antonio volta per volta, nella seconda domenica di ogni mese e qui facevano delle offerte per l’opera di Padre Pio. Verso la metà di ottobre 1959, abbiamo avuto il primo colloquio che durò circa due ore. Tra l’altro, egli ci ha detto che era per incarico del vescovo che voleva parlare con noi due e con i sacerdoti don Attilio Negrisolo e don Nello Castello. Poi ha detto che noi siamo contro il Vescovo… In merito alle offerte, ci ha detto: “Si potrebbe fare mezzi soldi per Padre Pio, e mezzi al Vescovo, perché opere ce ne sono anche qui in diocesi da fare. Sono anch’io del parere che si debba fare così”. Il secondo colloquio lo abbiamo avuto il 10 dicembre 1959. Don Antonio ci informò dapprima di una lettera scritta da certo padre Mario cappuccino della provincia di Foggia. Ancora ci ha detto che era incaricato e doveva poi subito riferire in Curia del colloquio. Ci disse che egli avrebbe dovuto combinare questa faccenda, prima dei provvedimenti già presi verso i due sacerdoti. Aggiunse che il Vescovo può sbagliare ma risponderà lui a Nostro Signore. Un suddito non può mai criticare. Così è passato a parlare delle punizioni verso i sacerdoti, e di eventuali contro di noi tutti… Ci disse, inoltre, che il Vescovo non avrebbe approvato il Gruppo finché c’erano quei due sacerdoti a capo, noi due abbiamo risposto che essi non sono e non sono mai stati a capo di nessun gruppo… Il 12 dicembre abbiamo avuto il terzo colloquio, al quale ci aveva convocato con una telefonata nel pomeriggio: “Avrei bisogno di vedervi stasera”, aveva detto. Alla sera don Antonio ci ha detto: “Questa mattina ho parlato con il Vescovo”. Poi è passato a parlarci di nuovo sulle punizioni contro don Nello e don Attilio Negrisolo… Poi ha ripreso l’argomento del gruppo e delle offerte e disse: “Il vescovo aveva deciso di mandare qui il vicario generale perché parlasse al Gruppo e perché raccogliesse lui le offerte. Ma io ho cercato di sviare e farlo venire un’altra volta. Il vicario generale è vecchio, ha le sue idee. Intanto domani mi interesserei io a parlare al Gruppo. Il vicario generale verrà nel prossimo o nell’altro mese. Così siamo rimasti d’accordo con il vescovo. Per i soldi il vescovo mi ha detto che è vostro dovere rendervi conto che opere da aiutare ve ne sono anche qui in diocesi, perciò quando verrà il vicario generale i soldi che vi danno li consegnerete tutti a lui”. Noi a queste parole abbiamo alzato la voce ed abbiamo risposto: “Allora qui si tratta di soldi. Vogliono i soldi che non sono nostri, ma che sono di Padre Pio. Neanche parlarne. Noi non possiamo fare questo, non siamo autorizzati a fare ciò, dagli offerenti”. Don Antonio allora disse: “Se voi non cambiate idea riguardo ai soldi, ho l’ordine di non accettarvi più qui. Anche se il vescovo sbaglia, noi non possiamo criticare l’operato suo. Sono sempre i superiori che devono prendere i provvedimenti”».

Il rifiuto del denaro appare, agli occhi del vescovo, ancora più grave del presunto rifiuto di ubbidienza. E Costantina Nalesso deve fare, appunto, i “conti” con lui: saranno conti interminabili, pesantissimi. Il vescovo non risparmierà nulla del proprio potere, per schiacciare questa sua diocesana che non vuole destinare a lui le offerte che i fedeli le consegnano per Padre Pio.

In quale modo il vescovo abbia costretto la signora Costantina Nalesso a fare questi “conti” è riassunto in una lunga supplica che, il 29 gennaio 1965 il signor Olindo Nalesso, marito di Costantina, sarà costretto a inviare personalmente al Papa:

«Beatissimo Padre,

sono spiacente di arrecare dolore alla Santità Vostra, per una vicenda che avrebbe dovuto trovare soluzione molto prima di adesso e che da troppi anni mi costringe sotto i colpi di una persecuzione che ha sconfinato ogni limite di sopportazione e per cui oso fare appello direttamente alla Santità Vostra.

Sono un padre di tre figli sposati pure con figli, ritengo di essere un cristiano praticante, mi sono sempre sforzato di vivere secondo le leggi di Dio e della Chiesa assieme ai miei figli ed a mia moglie.

Mia moglie Costantino, di anni 59, frequenta San Giovanni Rotondo dal 1945 ed è penitente di Padre Pio. La sua guarigione da gravi ed ostinate sofferenze, che noi riteniamo di dover attribuire alla di Lui intercessione presso Dio, ha attirato attenzione nella zona, destando curiosità di conoscere e visitare Padre Pio. Mia moglie, per riconoscenza, ritornò con una certa periodicità a San Giovanni Rotondo e di tale occasione approfittarono altre persone e lentamente così nacque e si sviluppò nella zona un sempre più largo movimento di persone da Padova, verso San Giovanni Rotondo il quale di fatto si trova legato a mia moglie nella sua origine e nel suo sviluppo spontaneo ed oggi sono migliaia i padovani che hanno incontrato Padre Pio derivandone soddisfazione e benefici.

Devo aggiungere che da quando Padre Pio a San Giovanni Rotondo ha fatto nascere l’opera Casa Sollievo della Sofferenza, molti visitatori di Padre Pio sono diventati anche oblatori in varie forme per la Sua opera, ed anche a Padova sono derivate a favore di quell’opera donazioni, testamenti, lasciti, e soprattutto offerte in denaro: i casi più noti sono costituiti da un albergo di Abano, e da una tenuta agricola di più centinaia di ettari di terreno, passati alla Casa Sollievo in seguito a testamento di due padovani. Autorizzata dai dirigenti della Casa Sollievo, mia moglie divenne tramite per il recapito di offerte da Padova a Padre Pio; anzi fece parte del consiglio di amministrazione di quell’ospedale.

Poi, d’iniziativa di mia moglie, di altri padovani, fin dal 1954 venne finanziato il mantenimento di una fattoria a San Giovanni Rotondo, nata con lo scopo specifico di destinare all’ospedale i generi di sua produzione.

Certamente le offerte, in denaro o di altro genere, giunte a Padre Pio da Padova sono valutabili in cifre certamente superiori al mezzo miliardo, e forse vicine al miliardo.

Tutto ciò non fu di gradimento del nostro vescovo, S.E. mons. Girolamo Bortignon, e mia moglie divenne oggetto di un’autentica persecuzione: da circa dieci anni lei è vittima di angherie, soprusi, diffamazioni, interferenze illecite, violenze che trovano responsabile primo, diretto o indiretto, il vescovo: questo è largamente documentato. Di questi fatti, mi sono lamentato in tutti i modi, ho protestato presso il parroco, presso la curia, presso il vicario generale, solo ottenendo un aggravamento sempre più doloroso. Ho presentato esposti, appelli, ricorsi, proteste anche alle Congregazioni romane, ma queste hanno completamente ignorato tutto.

Santità, unicamente la scomunica mi trattiene ora e mi trattenne più volte dal denunciare personalmente il vescovo al tribunale civile. Ecco un elenco dei fatti più gravi per i quali supplico l’intervento risolutivo del Vostro, Beatissimo Padre…».

Segue uno sconcertante, interminabile elenco di punizioni: divieto di ricevere in casa i penitenti di Padre Pio, rifiuto dei Sacramenti, proibizione di far da madrina di Cresima, accuse di appropriazioni indebite, imposizione a Padre Pio di non confessarla, ecc.

«A nessuno è dato di misurare quanto fango», commenta amaramente il signor Nalesso, «è stato gettato addosso a Padre Pio e a mia moglie. Il vescovo si è servito della stampa diocesana, dei quotidiani locali, dei pulpiti, delle organizzazioni cattoliche, per trascinare la diocesi su di un giudizio negativo su Padre Pio, presentato come capo di un’eresia che anima i suoi penitenti, come un immorale, come un arteriosclerotico, e come un indemoniato: e mia moglie era posta al centro di tale diffamazione…».

La vicenda che ci interessa per il momento, è quella della caccia alle offerte, e quindi riallacciamo al tema lo stralcio del lungo esposto-supplica:

«Devo aggiungere che il tentativo di ottenere il denaro di Padre Pio e questi atti persecutori hanno dei precedenti. Già nel 1958, mia moglie aveva avuto un incontro con mons. Giuseppe Mistrello, amministratore del seminario e funzionario della curia. L’incontro, avvenuto alla presenza di alcune persone, aveva avuto per oggetto prestabilito il tema “denaro che da Padova i penitenti di Padre Pio fanno confluire a San Giovanni Rotondo, mentre gravi bisogni premono ancora in diocesi”. Mia moglie rispose: “Ed il vescovo ha considerato i bisogni della diocesi, quando rischiava e perdeva 400 milioni con Giuffrè?”. Anche, al rifiuto di quella circostanza, fecero seguito reazioni da parte del vescovo.

Però il primo capitolo di questa storia del denaro di Padre Pio risale al 1956, e trova come protagonista una signora padovana che lasciò in eredità a Padre Pio alcune centinaia di ettari di terreno. Il fatto suscitò scalpore negli ambienti della curia e del clero e ne venne un astio verso mia moglie, con manifestazioni di intolleranza, che con fatica mi sono trattenuto dal denunciare all’autorità giudiziaria. Esempio: nel periodo del Natale 1956 si trovava in casa di amici, mentre entrò il parroco per benedire il presepio. Il sacerdote, venuto a conoscere mia moglie, esplode in parole poco riguardose: “Oh, la Costantina di cui tanto si parla e di cui il vescovo ha detto che non possiamo fidarci… la Costantina che va da Padre Pio ecc.”. Gli ospiti reagirono educatamente ed anche mia moglie si difese, ma il parroco si trincerava dietro il fatto che “il vescovo aveva parlato, e che il sacerdote deve credere al vescovo”.

L’episodio ebbe come seguito un incontro di mia moglie con il vescovo, il quale si limitava ad affermare stima e fiducia verso mia moglie e meraviglia per “l’atteggiamento di quel parroco”, mentre qualche mese dopo, durante il sinodo diocesano, davanti a mille sacerdoti, parlava di Padre Pio come di un fenomeno esclusivamente di fanatismo e di mia moglie, come di una mentecatta, suscitando ilarità e dispregio nei sacerdoti, che, poi si seppe, si lamentavano coi loro parrocchiani penitenti di Padre Pio “perché quella donna porta i denari laggiù e non si rende conto dei bisogni della diocesi”».

Il vescovo, il 2 dicembre 1959, non ha minacciato a vuoto. Costantina Nalesso deve fare effettivamente i conti con monsignor Bortignon e i suoi preti: le calunnie si ammucchiano, diventano sempre più gravose, giungono a rasentare il grottesco e talvolta il ridicolo, se non ci fosse di mezzo l’angoscia di una devota donna, che ha la sola colpa di essere penitente di Padre Pio e che invece è accusata pubblicamente, anche dall’altare, come eretica, scismatica e, naturalmente, ribelle alla gerarchia.

Ne nasceranno anche poco edificanti processi, sia in sede ecclesiastica, sia in sede civile. Soprattutto, sul “caso Nalesso” si innesterà il caso, ancora più grave, dei due sacerdoti perseguitati i quali, per non avallare le diffamazioni e le calunnie contro i Gruppi di Preghiera di Padre Pio, e contro Padre Pio stesso, dovranno affrontare quella che per loro è la rinuncia più grave: la perdita della Messa e della veste ecclesiastica, contemplata dalla sospensione a divinis, loro comminata.

Quando, dunque, pur non conoscendo tutti questi retroscena e ignorando quel che gli anni successivi avrebbero riservato nella diocesi di monsignor Bortignon ai colpevoli del reato di credere in un frate con le stimmate, l’albergatore Vittorio Chimetto chiede a Padre Pio: «Ma cosa sta accadendo a Padova?», il Cappuccino lo guarda in volto, con un’espressione dolente, tace un istante e poi, come a dire qualcosa che non vorrebbe ma che deve dire, esclama:

«È Satana che si scatena!».

Chi sia, nella crociata di Padova, ad assumere il ruolo di Satana è difficile stabilirlo. Come spesso accade, il gioco, quand’è complesso e raffinato, si avvale di molti comprimari, non sempre tutti coscienti del loro ruolo. C’è un prete, ad esempio, che nel 1958, a Montagnana, uno dei più grossi centri del padovano, dove la “guerra santa” ha imperversato con maggior virulenza, risponde ad un fedele di Padre Pio che gli ha chiesto di celebrare una Messa secondo le intenzioni del Cappuccino: «Se me la domandi per un maiale sì, ma per Padre Pio no. Abbiamo ordini precisi del vescovo…».

Ovviamente, il vescovo Bortignon, che è un dottrinario, non ha mai dato ordini di celebrare Messe, in alternativa con Padre Pio, per un maiale. Ma, nella approssimativa provincia, le sue implacabili direttive diocesane vengono recepite anche con questo blasfemo linguaggio da carrettiere. Era o non era stato il vescovo a dire che significava andare «contro il Sensus Ecclesiae Christi» se si celebravano Messe «in unione al predetto Padre»? Lo sappiamo già.

Chi ascolta esterrefatto queste parole è Giovanni Scarparo, fratello di un medico miracolato da Padre Pio. Per non averle accettate, e per aver dovuto invece accettare un’interminabile serie di angherie – privazioni dei sacramenti in tutta la diocesi con tentativo di estendere il provvedimento anche fuori della diocesi, sobillazione contro di lui presso i concittadini e persino presso i familiari, dichiarazione pubblica che egli è un protestante, uno scomunicato, un superstizioso, un anticristiano e un cattivo che deve essere evitato dai fedeli, una petizione popolare promossa dal clero locale, affinché venga cacciato dal paese e ridotto alla fame, sorveglianza speciale da parte della Questura su segnalazione del parroco, ecc. –, un giorno, dopo essere stato per l’ennesima volta offeso dall’altare da un sacerdote e dopo che tutti i suoi ricorsi alle autorità ecclesiastiche sono risultati vani, egli dà uno schiaffo al predicatore che lo ha insultato, e soprattutto ha insultato Padre Pio. L’episodio, per un paese, è grave e clamoroso. E, inevitabilmente, finisce in tribunale. A Padova, però, Giovanni Scarparo viene condannato al minimo della pena, nonostante, o forse proprio perché, il difensore dello schiaffeggiato, l’avvocato Paolo Toffanin (già noto per essere stato il difensore dei frati di Mazzarino) sostiene nella sua arringa che Padre Pio ha provocato un’eresia simile a quella di Ario per la quale occorrerebbe un altro Concilio di Nicea e che, testualmente, «Padre Pio è un matto». All’indomani dell’udienza e della mite condanna, i muri di Padova si riempiono di manifesti con i quali si accusa l’avvocato del vescovo e dei preti di Montagnana di aver detto in tribunale che Padre Pio è un matto.

A Padova e provincia, insomma, ormai, è lecita qualsiasi offesa a Padre Pio, direttamente o per il tramite dei suoi fedeli. Ed è lecito persino, contro ogni spirito cristiano, negare a un malato la Comunione in punto di morte. È accaduto, sempre a Montagnana, a Domenico Zenere, un commerciante devoto di Padre Pio che, ricoverato all’ospedale in pericolo di vita, aveva chiesto il conforto dei sacramenti in precedenza negatigli semplicemente perché, ad una riunione del Terz’Ordine francescano, aveva letto il telegramma che il cardinale Cicognani, in data 25 aprile 1960, aveva inviato a nome del Pontefice al congresso interregionale dei Gruppi di Preghiera svoltosi a Bologna sotto la presidenza del cardinale Lercaro. Pure lo Zenere era un “vitando”, cioè un cattolico peccatore considerato alla stregua degli scomunicati.

Anche questa vicenda, ma promossa questa volta dai fedeli di Padre Pio, finisce in tribunale. I sacerdoti responsabili del diniego dichiarano sotto giuramento ai giudici di aver agito per ordini del vescovo, anche se costui nega di aver mai diramato istruzioni del genere. In realtà, egli, almeno in tre documenti ufficiali (novembre 1963, marzo 1965 e giugno 1965), di cui uno a firma del suo vicario generale, ammette di aver ordinato di privare dei sacramenti i pubblici peccatori Giovanni Scarpano, Costantina Nalesso e Domenico Zenere e spiega che il suo operato è stato dichiarato ineccepibile dalla Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, dalla Sacra Congregazione dei Concilio e dalla stessa Segreteria di Stato.

I tempi sono cambiati, è morto Papa Giovanni – che nel suo Diario dell’anima aveva annotato in data 19 febbraio 1963: «Altra visita carissima, quella di monsignor Bortignon, vescovo di Padova, ben familiare al mio spirito…» – suo successore è stato eletto un pontefice che non è nemico di Padre Pio, ma lui, il vescovo di Padova, è sempre potentissimo e può disporre come vuole, nella sua diocesi.

Può anche ignorare la clamorosa ritrattazione di un suo diocesano, il perito agrario Bartolomeo Miotti, che afferma di aver firmato una dichiarazione con cui si confessava reo di «temeraria condotta, di grave peccato di alterigia, di ribellione ai decreti del supremo gerarca della diocesi» per aver sottoscritto una lettera in difesa di Padre Pio soltanto perché, viceversa, sarebbe stato privato dei sacramenti.

Queste persecuzioni al dettaglio sono solo in apparenza frutto delle zelanti iniziative locali. In realtà, gli esecutori possono peccare in eccesso di zelo, ma non travisano mai lo «spirito delle direttive». È in atto, infatti, presso i tribunali ecclesiastici controllati dal vescovo Bortignon, e non soltanto presso quelli direttamente posti sotto la sua giurisdizione diocesana, un vero e proprio “processo criminale” contro tutto il movimento di Padre Pio. Gli imputati principali sono i due sacerdoti don Attilio Negrisolo e don Nello Castello. Essi però vengono colpiti perché la loro colpa è quella di rifiutarsi di accettare accuse che non coinvolgono solo le loro umili e remissive persone di sacerdoti, ma anche quelle che dalle calunnie da loro eventualmente avallate sarebbero incluse nel libro nero dei colpevoli: Padre Pio da Pietrelcina innanzitutto; e i suoi fedeli e il suo movimento dei Gruppi di Preghiera in secondo luogo. I capi d’accusa, lo ripetiamo, sono tra i più gravi: cospirazione contro la gerarchia della Chiesa, istigazione alla ribellione, complicità in un pacfum sceleris che tende a sovvertire l’ordine cattolico costituito, scisma, eresia, spregio delle decisioni della Santa Sede (cioè non osservanza dei resuscitati decreti del Sant’Uffizio emanati ai tempi della prima persecuzione contro Padre Pio), idolatria, superstizione, falso misticismo, immoralità, scandalo, traffici illeciti, disobbedienza ostinata, irriverenza ingiuriosa, superbia «simile a quella degli eretici dei secoli passati» (parole testuali del vescovo).

Se i due sacerdoti, per essere reintegrati nella pienezza delle loro funzioni, firmassero, come con ogni mezzo tenta di convincerli a fare il vescovo, il loro atto di sottomissione, autenticherebbero un monumento di calunnie non ai loro danni – il che essi sarebbero anche disposti a sopportare per atto di eroica umiltà – ma ai danni della verità, che un sacerdote non può mai tradire nemmeno se, per ipotesi assurda, ad obbligarli a ciò non fosse soltanto un vescovo, ma addirittura il Papa stesso. La legge di Dio non si identifica sempre con quella degli uomini. Però la legge di Dio, che è legge della verità e legge suprema e inviolabile per chi crede in Dio, è superiore, pena la dannazione eterna, a qualsiasi volontà contraria degli uomini.

Disposti ad addossare su di sé qualsiasi colpa, anche la più ingiuriosa ed ingiusta, don Attilio Negrisolo e don Nello Castello non possono tradire la verità e recare nocumento, per interesse proprio, alla reputazione degli altri; cioè non possono sottoscrivere, perché è un falso, che Padre Pio spinga i fedeli contro l’autorità e i suoi decreti, che Padre Pio sia un sobillatore e un cospiratore egli stesso, un pericoloso ribelle e capo di una congiura contro la Chiesa e che il suo movimento sia pervaso da spirito di anarchia, di complotto, di sovversione e, come oggi si dice, di “contestazione globale” verso tutti e verso tutto ciò che derivi dalla cattedra del cattolicesimo. Padre Pio da Pietrelcina, invece, ha sempre insegnato il contrario di ciò che sospetta, o ha interesse a sospettare, il vescovo di Padova. E siccome i due sacerdoti si rifiutano di accusare ingiustamente e di calunniare per opportunità personale, i fulmini vescovili si scatenano contro di loro, prima con arti, subdole e poi con sempre più scoperta e plateale iracondia.

[…]


Il modo di procedere, di inquisire e di giudicare del vescovo di Padova, capo della diocesi e supremo magistrato ecclesiastico nel suo ambito, si basa, nei confronti dei due sacerdoti “ribelli” e per il loro tramite nei confronti di tutti gli altri “ribelli” seguaci di Padre Pio, su questo illuminato principio giuridico: imporre le accuse indipendentemente dalle prove che le suffragano – perché queste prove non esistono e non vengono comunque esibite – e obbligare i rei a sottomettersi, senza lasciar loro la possibilità di dimostrare la propria innocenza, alle punizioni che ne conseguono. In altre parole: per non essere puniti, occorre confessarsi colpevoli e denunciare come colpevoli altre persone. È un processo, insomma, nel quale non soltanto viene sovvertito il tradizionale principio dell’onus probandi incumbit ei qui dicit, e cioè che le prove devono essere addotte dall’accusatore, ma anche l’elementare beneficio che, in tutti i tribunali del mondo, compresi i più vessatori, viene concesso agli imputati: la libertà di difendersi. Accuse senza prove, insomma, e accusati che non possono smentire.

Ci sono valanghe di documenti che provano questo inaudito escamotage giuridico e persino oggi, che Padre Pio è morto, gli strascichi della sconcertante vicenda si trascinano nelle congregazioni romane e negli organi giudicanti della Chiesa, con i due “imputati” che non vogliono clemenza e chiedono soltanto giustizia: non per loro, ma per tutto ciò che significa la loro ostinata volontà di non arrendersi alla calunnia. Il processo è ancora tutto sub iudice, benché il vescovo di Padova, per costringere finalmente i due sacerdoti alla sottomissione, abbia tentato di far credere che nei confronti dei “ribelli” esistesse già una precisa e motivata condanna del Sant’Uffizio.

[…]

Le pene inflitte a nome dell’inesistente sentenza, comunque, restano e non sono state attenuate: sono le pene più gravi previste dal Diritto Canonico, ad eccezione della riduzione allo stato laicale benché anche quest’ultimo provvedimento possa considerarsi in atto, visto che la privazione temporanea dell’abito talare, che per i due sacerdoti sussiste da un quinquennio, non dovrebbe essere protratta, a norma di diritto canonico, per più di un anno. Nei loro confronti, si è arrivati a proibire il conforto, che non si nega nemmeno ai condannati a morte per i reati più infamanti, di potersi confessare. È accaduto a San Giovanni Rotondo durante l’inchiesta Maccari, quando il visitatore apostolico proibì a Padre Pio di ammettere al suo confessionale i due “ribelli”, e a Padova quando don Attilio e don Nello vennero respinti finanche dalla basilica di Sant’Antonio, la quale, essendo di diritto pontificio, gode di una specie di extraterritorialità diocesana. Soltanto dopo che fu rivelata e documentata sulla stampa la macchinazione di cui i due sacerdoti erano vittime, venne loro consentito, per iniziativa personale di alcuni confessori, di potersi riavvicinare ai sacramenti.

Come si vede, sull’asse Bortignon-Maccari e sulla direttrice Padova-Roma-San Giovanni Rotondo, la solidarietà dei nemici di Padre Pio è sempre sincronizzata.

L’anti-procedurale processo di Padova contro tutto il movimento di Padre Pio attraverso il “falso bersaglio” dei due preti “ribelli” ha un corrispettivo pressoché esatto nel processo di San Giovanni Rotondo contro il presunto istigatore della ribellione e capo degli scismatici Padre Pio da Pietrelcina: anch’egli viene condannato senza prove, o con prove false, senza possibilità di difendersi e senza appello.

Quando ciò accade, sul finire del 1960, e mentre quasi tutta la stampa italiana imbeccata dai comunicati ufficiali diramati da monsignor Maccari reclamizza la visita apostolica e spiana inconsapevolmente la strada alle ultime tappe dell’escalation (si figura anche quella di trasferire Padre Pio da San Giovanni Rotondo, l’unica non raggiunta per paura di legnate), qualcuno riesce a far violenza allo sconforto e alla rassegnazione, e comincia a muoversi, a far giungere le sue proteste al Papa e ai vescovi, a preparare la riscossa. Valanghe di telegrammi, di messaggi, di proteste, di suppliche invadono il Vaticano e molte si rovesciano anche al vescovado di Padova, che è, anche se tutti ancora non lo sanno, l’indirizzo più esatto, lì Vaticano non risponde. La pietra del silenzio deve calare indolore.

23259688031_9ab8d661e8_bC’è però chi adotta, incautamente, una diversa tattica. È, al solito il vescovo di Padova, che si affretta a diffondere questa “deplorazione”:

«Ci consta che giungono alla Santa Sede da parte di persone della nostra diocesi le quali si dicono aderenti ai Gruppi di Preghiera che si richiamano al rev.do Padre Pio da Pietrelcina O.F.M. capp., numerosi telegrammi, nei quali si lamenta un preteso ingiusto trattamento a cui sarebbe sottoposto il medesimo religioso. Dal modo come sono concepiti ed indirizzati, appare manifesto che i telegrammi non sono una iniziativa spontanea, ma il frutto di una campagna concertata. Con animo profondamente addolorato perché nell’ambito della nostra diocesi ci siano persone capaci di azioni così sconsiderate, noi deploriamo tale atteggiamento che, oltre tutto dimostra mancanza di reverenza e di fiducia nei provvedimenti della superiore autorità ecclesiastica. Tutti uniti: vescovo, sacerdoti e buoni fedeli, in riparazione dell’offesa recata alla Santa Sede dai predetti “protestanti” confermiamo fedeltà, obbedienza, devozione e amore a Santa Madre Chiesa. Insieme rendiamo noto che in diocesi di Padova il movimento dei così detti Gruppi di Preghiera di Padre Pio non è mai stato autorizzato; e certamente questi atti di irriverenza – che si aggiungono a precedenti manifestazioni di mancato rispetto ed ubbidienza alla autorità ecclesiastica – non incoraggiano ad aprire le porte a tale movimento che in diocesi, non presenta il carattere evangelico di Gruppo di preghiera ma piuttosto di una conventicola di dissidenti. Non così si onora Dio, né così si serve la Chiesa! “Non può avere Dio per Padre, chi non ha la Chiesa per Madre!”. Preghiamo davvero il Signore perché i responsabili si ravvedano.

Padova, 7 novembre 1960.
Fra GIROLAMO vescovo».

La “deplorazione” contiene, in nuce, gli elementi di una “nuovissima dottrina della chiesa”, alla quale, presumibilmente, dovranno ben presto adeguarsi tutti i fedeli che non vorranno far soffrire il proprio vescovo.

Questo, intanto, risulta chiaro: le prove, le documentazioni, le testimonianze precise e inequivocabili che confermano il trattamento non soltanto ingiusto, ma addirittura inumano e crudele inflitto a Padre Pio, vanno tutti cancellati e tenuti in nessun conto, il vescovo così vuole. L’ingiusto trattamento è «preteso»: una fandonia, uno scherzo, un’invenzione di fantasie malate: il «preteso ingiusto trattamento» presuppone pretesi atti persecutori, una pretesa visita apostolica tendenziosa, una pretesa serie di documenti eloquentissimi. La verità la conosce il vescovo e soltanto lui.

Ma la nuova morale auspicata dal vescovo si basa su un’altra fondamentale regola: il perfetto cattolico deve ignorare ogni forma di compassione e di pietà per chi patisce ingiustamente; il bravo osservante dei tempi nostri non deve disturbare gli “addetti ai lavori”, e non distrarli dalle loro sane esercitazioni persecutorie; il buon cristiano deve lasciar morire di sete chi ha sete di bene e di giustizia, e non deve bagnare il proprio fazzoletto con le lacrime di chi soffre; il manuale del perfetto fedele in edizione padovana impone di non provare, né manifestare alcuna solidarietà per le vittime della malevolenza dei potenti. Primo: ignora il prossimo tuo.

Chi non si adegua a queste norme, a questi nuovi comandamenti diventa automaticamente un “protestante”, un “dissidente”, che il buon Dio non può riconoscere per proprio, dal momento che questo peccatore non ha accettato la maternità della Chiesa.

Il documento è importante e rivelatore. Lascia capire che la Santa Sede, a nome della quale il vescovo Bortignon sembra parlare, non soltanto non vuole intervenire per fare luce sulle vicende di San Giovanni Rotondo e per difendere la giustizia offesa e umiliata nella persona di un frate innocente; ma, anzi, vuole codificare, rendere definitivo e senza possibilità di appello il processo intentato a Padre Pio per dare una parvenza di regolarità a una sentenza emessa a priori.

Così si spiega il lungo silenzio dei superiori di Padre Pio e del Vaticano e di fronte agli incredibili episodi che hanno scosso l’opinione pubblica mondiale e che sono stati raccolti persino in un “libro bianco” da presentare all’ONU. A parlare è autorizzato soltanto monsignor Bortignon. E le sue parole aprono la nuova fase della “guerra santa”, ne fanno da manifesto originario e forniscono, ancora una volta, la base vagamente teologica dalla quale è agevole muovere nuovi duri attacchi all’avversario da distruggere.
Un altro punto importante, nella «deplorazione», e il richiamo alle «precedenti manifestazioni di mancato rispetto e ubbidienza alla autorità ecclesiastica», che rafforzerebbero nel vescovo stesso l’impegno di non demordere dalla lotta contro ogni «conventicola di dissidenti». È un richiamo incauto: se esiste un parallelo tra questo atto ufficiale di monsignor Bortignon e l’ostinata, implacabile campagna da lui già iniziata da tempo contro i figli spirituali di Padre Pio, evidentemente si tratta di un parallelo fondato sulla inconsistenza di accuse mosse gratuitamente allora, e gratuitamente rispolverate in questo novembre 1960. Come è tutto discutibile e infondato l’atteggiamento che affiora dalla «deplorazione» nei confronti di chi sente il dovere, come uomo e come credente, di non assistere in pavido silenzio e con colpevole indifferenza allo scempio che si tenta di fare di una vita buona, altrettanto discutibili e fondate sono dunque, per l’esplicito accostamento effettuato da Bortignon, le azioni precedenti: il processo interminabile contro i due sacerdoti, la vasta azione di calunnia condotta in tutta la diocesi contro i penitenti di Padre Pio, le reiterate accuse, mai provate, di eresia, di superstizione, di fanatismo, di immoralità, di disubbidienza, con cui a Padova si è tentato di seppellire Padre Pio e il suo mondo.

Si può quindi completare il nuovo trattato di morale che dovrebbe essere compilato dalla curia vescovile di Padova, e così riassumere le regole aggiornate del vivere bene: eviti di manifestare pietà e di dar mostra di carità chiunque assiste a una persecuzione; accetti supinamente ogni espressione che abbia odor di eresia, chi vuole restar caro al proprio vescovo; consegni i denari destinati ad altri chiunque ne riceva esplicita richiesta dalle autorità diocesane; ritenga ancora in vigore decreti del Sant’Uffizio abrogati, chiunque non voglia far dispiacere a un vescovo che finge di non sapere che sono stati abrogati; ubbidisca all’ordine di calunniare Padre Pio, si riconosca disubbidiente e immorale, e coinvolga in questa colpa anche altri innocenti, chiunque ne riceva richiesta dal vescovo o chi per lui. Tutti coloro che non ubbidiranno a queste nuovissime regole di vita cristiana, forse non andranno all’inferno, ma certamente otterranno la qualifica di «eretici», «protestanti», «disubbidienti», e «dissidenti» che disonorano Dio e addolorano la Chiesa.

pho190L’euforia per il «grande successo» che ha coronato la visita apostolica di Maccari a San Giovanni Rotondo raggiunge le sue vette. Il «salvatore della Chiesa», nella sua lotta sfrenata contro l’eresia della «chiesa carismatica», è ormai lanciatissimo e non teme più nulla e nessuno.

Quando il 21 giugno 1963 sale al trono pontificio Paolo VI, che non è un nemico di Padre Pio, ma un suo antico estimatore, la lotta contro il cappuccino con le stimmate si attenua esteriormente, ma non termina: si insinua in congiure più prudenti e nascoste, ma non meno insidiose. L’importante è che il Papa non sappia, o sappia soltanto alcune cose; e non possa provvedere, o provveda senza pregiudicare i capisaldi ideologici e gli scopi pratici della “crociata”. La battaglia viene condotta per vie traverse e collaterali, e ancora una volta i due sacerdoti di Padova servono da “falso bersaglio”.

[…]

Contemporaneamente, però, padre Clemente da Santa Maria in Punta, viene nominato amministratore apostolico della provincia cappuccina di Foggia. Sappiamo già chi è questo frate il quale ora si è autonominato successore di Padre Pio come direttore spirituale del Terz’Ordine francescano Santa Maria delle Grazie che ha in gestione la Casa Sollievo della Sofferenza. Per paradosso, se la direzione spirituale di Padre Pio fosse trasferibile ereditariamente, egli dovrebbe, attualmente, essere il direttore spirituale anche dei due sacerdoti di Padova.

Sarebbe veramente un grottesco paradosso. Infatti, il 5 ottobre 1964, esattamente alle ore tre del pomeriggio, l’amministratore apostolico si presentò dal suo umile suddito stimmatizzato, nella cella numero 5 del convento di San Giovanni Rotondo, e gli impose di invitare i suoi due penitenti braccati dal vescovo di Padova a fare atto di sottomissione e ad accettare le accuse loro rivolte. Padre Pio, per obbedienza al suo superiore, riferì. Però, come fece anche due mesi dopo quando lo stesso padre Clemente lo costrinse a sottoscrivere che non era stato mai perseguitato, lasciò capire chiaramente che si trattava di un’imposizione e che egli era costretto a parlare così perché ve lo avevano obbligato i superiori. Infatti, quando a don Attilio che ascoltava esterrefatto il consiglio ad arrendersi e chiedeva: «Ma, Padre, chi è che gliel’ha detto?», il Cappuccino rispondeva eloquentemente: «Quei di qua». […]

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