L’ordine dal Vaticano: “isolare” Padre Pio

Estratto del libro Aiutatemi tutti a portare la croce di Enrico Malatesta (Patriche Editrice, 2002).

Grazie ai molti intrighi e alle molteplici accuse, gli instancabili persecutori di Padre Pio riescono a ingenerare, nei vertici vaticani, gravi sospetti e malsane “certezze”.

Il 4 agosto 1960 il visitatore apostolico, monsignor Carlo Maccari, parte per San Giovanni Rotondo. Ha un incarico speciale dal Santo Padre, ma anche un diktat dal segretario particolare (Loris Capovilla): “isolare” Padre Pio.

L’operazione si svolge in più tempi. Dopo soli quattro giorni che Maccari è a San Giovanni Rotondo riparte frettolosamente per Roma. Sembra un’azione insensata, ma il motivo in realtà c’è: non vuole partecipare ai festeggiamenti del cinquantesimo anniversario del sacerdozio di Padre Pio.

La presenza di un autorevole monsignore come Maccari darebbe alla cerimonia una sorta di consenso ufficiale che molti autorevolissimi esponenti della Chiesa non intendono offrire. Così l’8 agosto Maccari torna improvvisamente a Roma.

Il 10 agosto si svolge la celebrazione del cinquantesimo di Padre Pio. Non perviene una sola parola dal Santo Padre e non si vedono il generale dei cappuccini né l’arcivescovo di Manfredonia. Alle poste vaticane viene impartita la disposizione di non lasciar partire messaggi di auguri alla volta del cappuccino.

Tuttavia molti vescovi, arcivescovi e cardinali di ogni parte del mondo non si lasciano intimidire e, spezzando la coltre di silenzio che cerca di soffocare la grande voce della maggioranza silenziosa che ama quelle stigmate, inviano numerosissime testimonianze di fede e di affetto.

La lettera di congratulazioni che l'allora card. Montini inviò a Padre Pio per il 50° di sacerdozio.
La lettera di congratulazioni che l’allora card. Montini inviò a Padre Pio per il 50° di sacerdozio.

Tra i tanti c’è anche un illustre personaggio, già importante collaboratore diplomatico di due pontefici, Pio XII e Giovanni XXIII: è l’arcivescovo di Milano monsignor Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, che il 20 giugno 1960 scrive a Padre Pio:

Veneratissimo Padre,

sento dire che la Paternità Vostra prossimamente celebrerà il cinquantesimo anniversario della Sua ordinazione sacerdotale, ed oso pertanto esprimerle, nel Signore, le mie felicitazioni per la grazie immense a Lei conferite e da Lei dispensate. È proprio il caso di ripetere con giubilo e con riconoscenza verso la bontà di Dio: «Venite, audete, et narrabo, omnes qui temitis Deum, quam feci animae mae!». Così merita di essere celebrato il sacerdozio, che diremo poi del Suo, favorito di tanti doni e fecondità! Esprimo il voto che Cristo Signore abbia a vivere a manifestarsi nella persona e nel ministero della Paternità Vostra, come dice San Paolo: «Vita Jesu manifestetur in carne nostra mortali». So ch’Ella prega anche per me. Ne ho immenso bisogno: voglia raccomandare al Signore questa diocesi insieme col Suo dev.mo in Cristo

+ G.B. card. Montini, arcivescovo.

Simili, splendide, testimonianze non servono a molto. Passati i festeggiamenti, il visitatore apostolico Maccari ritorna, interroga e raccoglie prove presso cura i più accaniti avversari del Padre di Pietrelcina.

Tra gli altri suoi confidenti e delatori figura, ovviamente, il vescovo di Padova monsignor Bortignon, con cui Maccari s’incontra a Recoaro e dal quale ottiene ragguagli sulle velleità “carismatiche” e sui tentativi “scismatici” del frate che soffre e sanguina nell’umile cella di San Giovanni Rotondo.

E a questo punto interessante sottolineare anche la “spiccata” personalità del personaggio che accompagna monsignor Maccari nella visita e ne è il più attivo collaboratore, don Giovanni Barberini. Nell’estate del 1958, con l’avallo del suo superiore Maccari, Barberini è stato la guida di una comitiva di giovani in una località di montagna. Il parroco locale riferisce testualmente:

[…] don Barberini, con la comitiva promiscua, le ragazze vestite con abito maschile, usciva per le vie del paese vestito in borghese, con calzoni a scacchi, canottiera, frequentava indistintamente il cinema senza badare alla qualifica del film e si era fatto notare e additare dalla gente del paese, che veniva da me scandalizzata a chiedermi “che razza di prete” fosse quello. Tranne l’affrettata recita del breviario non lo vidi pregare. Non mostrò zelo alcuno per la vita cristiana dei giovani che guidava, sui quali non aveva alcun scendente per la disciplina, mostrandosi già lui in una situazione d’inferiorità morale. La cosa che più mi addolorava era quanto mi veniva riferito riguardo al comportamento del suddetto Sacerdote con la signorina Wanda, una giovane della comitiva, di cui lo si diceva parente. Essa si mostrava gelosa del Sacerdote, e questi si premurava di consolarla in appartata sede. I giovani malignavano e si permettevano al loro indirizzo scherzi e frizzi con chiaro significato […].

Ma non soffermiamoci oltre su questo personaggio, per quanto equivoco, pur sempre di secondo piano. Possiamo asserire senza tema di smentita che costui, qualche tempo dopo la vicenda di San Giovanni Rotondo, rinuncerà ai voti per sposarsi. Ma torniamo alla storia.

Monsignor Maccari e don Barberini riescono dunque a riesumare nei confronti di Padre Pio e dei Gruppi di Preghiera accuse già mosse e già palesemente dimostrate false. Il frate che emerge da questa inchiesta viene dipinto come “fanatico”, “scismatico”, “immorale”, “cattivo amministratore” e così via. Le calunnie vengono sagacemente diffuse su tutta la stampa disponibile dell’epoca. Padre Pio torna a essere “un prigioniero del cielo”: non può parlare con i fedeli, è oggetto all’assidua sorveglianza di un frate che lo segue da vicino, deve limitare al minimo la celebrazione della messa, non può reagire neppure ai maltrattamenti cui vengono sottoposti i suoi figli spirituali, ha l’ordine di firmare “in bianco” le azioni della Casa Sollievo della Sofferenza. Deve perfino sottoscrivere tre diversi testamenti.

Che cosa possono chiedergli di più? Eppure qualcosa c’è. Per così dire, il peggio deve ancora venire. Possono chiedergli molto di più.

L’ennesimo atto eroico di carità

Giornali della più varia ispirazione, dalla Stampa a Famiglia Cristiana, pubblicano inaspettatamente una “dichiarazione autentica” di Padre Pio:

Da parecchio tempo la stampa sta pubblicando notizie fantastiche sulla mia situazione, come se io fossi oggetto di coazione e di persecuzione da parte della Autorità Ecclesiastiche. Davanti a Dio sento il bisogno, il dovere di deplorare queste notizie, che sono false, e di dichiarare che io godo di libertà nel mio ministero, né so di avere nemici e persecutori. Anzi mi è grato affermare pubblicamente che trovo nei superiori del mio Ordine e nelle autorità della Chiesa comprensione, conforto e protezione.

Questo documento, diffuso nei primi mesi del 1965, getta scompiglio tra tutti coloro che hanno amato Padre Pio, ne hanno constatato le sofferenze, sono riusciti a documentarne le umiliazioni.

La santità di Padre Pio si è sempre dimostrata più grande della miseria dei suoi nemici.
La santità di Padre Pio si è sempre dimostrata più grande della miseria dei suoi nemici.

È la negazione assoluta del lavoro svolto da tutti i suoi difensori. Sarà mai possibile che siano tutti falsi le centinaia di documenti riprodotti in decine di libri e migliaia di articoli, e che le testimonianze rese da milioni di fedeli siano una truffa? Può davvero essere completamente inventata l’enorme documentazione che comprova quanto asserito anche in questo volume e che viene qui citata soltanto in minima parte?

In realtà di altro non si tratta che di quel “dovere d’obbedienza” a cui un frate cappuccino devoto come Padre Pio è particolarmente tenuto. E l’ipotesi viene confermata da numerose testimonianze.

Il 6 aprile 1975 il magistrato, dottor Giovanguadalberto Alessandri invia un esposto al cardinale Luigi Raimondi, prefetto della Santa Sede per le cause dei santi e, riferendosi a una sua lettera di qualche anno prima, conferma:

Torno a giurare che Padre Pio, parlando con me, essendomi contrariato per la dichiarazione che aveva rilasciato, rispose con queste testuali parole: «Che vuoi… sono venuti qui… Mi hanno portato una dichiarazione già scritta… Mi hanno detto di ricopiarla…».

Il dottor Giovanni Gigliozzi, direttore responsabile del periodico della Casa Sollievo della Sofferenza, afferma:

[…] Dichiaro in coscienza che agli inizi dell’anno 1965 – non ricordo il mese con precisione – il M.R. Padre Pio da Pietrelcina mi confidò piangendo che molti atti venivano estorti abusando del precetto di ubbidienza. E tra questi la firma e la scrittura di una dichiarazione che lo affermava libero e senza impedimento […]. In fede.

Un redattore de L’Osservatore Romano, Mario Cinelli, rivela persino che Padre Pio gli ha confidato, a proposito della sua smentita:

«Figlio mio, mi hanno sforzato».

A questo giornalista giunge, il 23 febbraio 1969, una lettera con richiesta di chiarimenti da parte del postulatore generale dei frati minori cappuccini, padre Bernardino da Siena, in cui tra l’altro è detto:

[…] Leggo come Lei abbia asserito che il P. Pio sia stato obbligato per voto di obbedienza a scrivere una sua dichiarazione (del 16 dicembre 1965), ove lo stesso Padre Pio smentiva di essere perseguitato dalle Autorità Ecclesiastiche. Ora invece me ne consta da accertamenti fatti che ciò non corrisponde a verità. Ora Lei comprende che se è vera l’asserzione da Lei fatta, il Padre Pio avrebbe scritto una solenne bugia […].

Mario Cinelli insiste nella sua versione. Anche perché, ritornato a San Giovanni Rotondo di persona e chiesto motivazione direttamente al Padre del perché avesse formulato tale dichiarazione, Padre Pio avrebbe ancora asserito: «Figlio mio, mi hanno sforzato».

Ma così, secondo il postulatore generale, il frate delle stigmate avrebbe mentito.

«Io direi piuttosto che se l’offeso – afferma ancora Cinelli – per ordine dei superiori e perché gli è stato fatto presente che altrimenti ne verrebbe un danno all’Ordine […] dichiara di non essere stato offeso, non vi è bugia, ma un atto eroico di carità […]».

È una riflessone importante e da ricordare. Non soltanto per obbedienza Padre Pio dichiara di non aver dovuto patire tutte le persecuzioni cui abbiamo accennato (e ve ne sono state altre ancora più aspre): è soprattutto per una sublimazione della carità, e l’apoteosi della misericordia è la gloria del perdono. Già ai tempi della prima persecuzione il frate aveva chiesto misericordia per i propri calunniatori. Ora, come potrebbe non perdonare e aiutare coloro che hanno bisogno della sua grande indulgenza, dopo aver tanto contribuito a farlo soffrire?

A combattere e calunniare Padre Pio non ci sono solo “preti e frati sbagliati”. Anche illustri personaggi della politica del tempo fanno la loro parte. “Imprigionare” Padre Pio con i cavilli di un ferreo diritto canonico di un altrettanto ferreo Sant’Uffìzio certamente giova a qualcuno, molto in alto.

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