I nemici di Padre Pio? Avidi e invidiosi

Estratto del libro Aiutatemi tutti a portare la croce di Enrico Malatesta (Patriche Editrice, 2002).

Per correre ai ripari e colmare l’immensa voragine creata dai debiti del caso Giuffrè, i molti cappuccini coinvolti nello scandalo cercano di racimolare da più parti più soldi possibili. Vedono nel denaro destinato dai fedeli a Padre Pio per la Casa Sollievo della Sofferenza la soluzione più immediata ai loro problemi.

L’amministratore dell’ospedale, commendator Angelo Battisti, invia al Santo Uffizio un rapporto di cui riportiamo alcuni passi:

Nell’ottobre 1959 il Padre Provinciale si presentava a Padre Pio, chiedendogli aiuti finanziari per la provincia monastica di Foggiali Padre Pio si limitò a rispondere che doveva rivolgersi al commendator Battisti, col quale avrebbe parlato, perché non era in condizioni di dargli una risposta. Padre Pio mi informò della vicenda ed io risposi che non potevo fare una cosa del genere perché non ne avevo i poteri. Mi rispose che si trattava di cento duecento milioni. Non nascondo che, al vedere il Padre seriamente preoccupato per la richiesta ricevuta, e al pensiero che un aiuto sarebbe valso a tacitare il Padre Provinciale, mi orientai nel senso di fare uno sforzo per dimostrare la buona volontà […] Siccome il Padre Provinciale accennò a Padre Pio che la Casa aveva centinaia di milioni, mi sorse il dubbio che da qualche via egli avesse saputo di tale deposito, per cui non potetti negare in senso assoluto di non avere denari. Quindi dissi al Padre Provinciale che c’era qualcosa a Foggia e che lo andavo custodendo con i denti ma che avevo però degli impegni di pagamento: che potevo fare ben poco, ma che se questo poco fosse valso a sollevarlo dall’asserita condizione, lo avrei fatto in via del tutto eccezionale. Si arrivò a quaranta milioni […]

Nell’ottobre 1959 quaranta milioni rappresentano una bella som.ma, ma ci vuole ben altro per sanare i debiti contratti da quei religiosi che lo stesso Giuffrè aveva definito “lurchi” e che avevano ricevuto circa ventuno miliardi, se non di più, per le loro sporche manovre. Rivela ancora il commendator Battisti:

Il Padre Provinciale toma alla carica presso Padre Pio con la solita richiesta di cento duecento milioni, dicendogli che lui era figlio della Provincia, frase che ripetette anche a me, per cui dovevo aiutarlo in quanto la Casa poteva farlo. Il Padre Pio mi riferì molto preoccupato la cosa. Rassicurai il Padre di non appenarsi, che avrei io stesso fatto il punto della situazione con la debita forma, in modo però da non lasciare speranza e dubbi di sorta. «La sua resistenza», commentò il Padre, «farà sì che mi renderanno la vita impossibile, mi metteranno tutti contro e mi si darà qualsiasi obbedienza…».

La previsione si sarebbe puntualmente avverata: “per obbedienza” Padre Pio subirà ancora punizioni, e sarà indotto a dire di non essere mai stato perseguitato.

La lista dei suoi persecutori è lunga e coinvolge troppi frati e preti. Tra i tanti, monsignor Girolamo Bortignon, cappuccino e vescovo di Padova dal 1949, che decisamente non ama il frate di San Giovanni Rotondo. Nel 1956, quando il Papa rivolge parole dolcissime nei confronti della Casa Sollievo della Sofferenza, il Bollettino Diocesano di Padova pubblica una notificazione del vescovo, che «sottolinea di evitare ogni esagerazione nelle forme di devozione». Inoltre:

Si sconsigliano sacerdoti e fedeli dall’organizzare pellegrinaggi al Padre Pio da Pietrelcina ed anche celebrazioni di Sante messe o cenacoli di preghiere in unione al predetto Padre. Si ritiene che ciò non corrisponda al sensus Ecclesiae Christi, perché la Chiesa riserva certe manifestazioni ai servi di Dio già defunti.

A scatenare l’ira di Bortignon non è soltanto l’invidia per il suo umile confratello, capace di calamitare la devozione di migliaia di fedeli; c’è anche il fatto che il vescovo si è impegnato in due opere che dovrebbero costituire il suo monumento terreno, dubitando forse che un altro possa essergliene eretto in Paradiso: il Seminario minore per seicento alunni e l’ospedale Cottolengo Veneto. Il pregiavo di spesa è, complessivamente, di circa cinque miliardi.

Con l’aiuto dei parroci della diocesi, i prestiti di alcune banche ei contributi dei comuni e della Provincia, monsignor Bortignon riesce a malapena a racimolare due miliardi. Decide allora di tentare la ripetizione, in chiave moderna, del miracolo dei pani e dei pesci. E c’è chi potrebbe aiutarlo: il solito e onnipresente “usuraio delle stelle”, Giambattista Giuffrè.

Il 30 marzo 1962 giunge in Vaticano un chiaro rapporto di Emanuele Brunatto, che abbiamo già avuto occasione di conoscere:

[…] Le somme affidate dagli acquirenti dei letti, dai donatori o dalle banche con lo specifico mandato di impiegarle nelle costruzioni suddette, venivano, man mano, rimesse dal vescovo e per fini di usura a Giambattista Giuffrè. Questi afferma di aver ricevuto da monsignor Bortignon un miliardo di lire e di avergli versato in controparte un miliardo e novecento milioni.

Niente male, come affare. Ma assolutamente insufficiente a realizzare gli ambiziosi progetti del vescovo padovano, che vengono annullati quando nel 1958 la festa dei miliardi di Giuffrè finisce di colpo. L’uomo della provvidenza non può più tenere in piedi l’incredibile giro di miliardi che ha inventato a beneficio di tanti ecclesiastici, e molti di essi si trovano in gravi pasticci.

Come molti altri sacerdoti, monsignor Bortignon pensa allora di attingere dai fondi dell’opera di Padre Pio, e affida il compito a un suo stretto collaboratore, don Antonio Varotto, parroco di San Prosdocimo.

Questi, nell’ottobre 1959, convoca nella canonica della sua parrocchia la signora Costantina Nalesso e il signor Gino Masiero, a cui i fedeli di Padova consegnano le offerte per la Casa Sollievo. Essi riferiscono:

[…] Ci ha detto che era per incarico del Vescovo che voleva parlate con noi due. […] Poi ha detto che noi siamo contro il Vescovo […] In merito alle offerte ci ha detto: «Si potrebbe fare mezzi soldi a Padre Pio e mezzi al Vescovo, perché ci sono opere che sono anche qui in diocesi da lare […]».

Il volenteroso parroco finge di ignorare che, per la Chiesa, costituisce peccato gravissimo destinare le offerte dei fedeli a fini diversi da quelli per cui vengono donate.

Mons. Loris Capovilla (oggi cardinale per volere di papa Francesco) nei giardini vaticani con Giovanni XXIII.
Mons. Loris Capovilla (oggi cardinale per volere di papa Francesco) nei giardini vaticani con Giovanni XXIII.

Cominciano a circolare, a questo punto, lettere di solidarietà a monsignor Bortignon da parte di Papa Giovanni XXIII e, soprattutto, dal suo segretario particolare, monsignor Loris Capovilla. Ogni parola, ogni iniziativa e ogni gesto del vescovo padovano I sembrano ottenere le benedizioni della Chiesa.

Lo stesso Capovilla, in data 23 settembre 1959, in una lettera autografa parla del monsignore come di un “venerato vescovo”, pur sapendo che è compromesso nelle avventure usuraie di Giuffrè. Scrive infatti a un fedele di Padre Pio che gli aveva chiesto di intercedere presso il Santo Padre:

[…] La casa in cui mi trovo impone a me assoluto riserbo. Perciò niente da circa la mia mediazione o interessamento per udienze del genere richiesto e circa esame di fatti straordinari. Credo di poter asserire che anche il suo Venerato monsignor Vescovo è del parere di mantenersi assai riservati su tutta la faccenda delle presenti manifestazioni soprannaturali. […] Io vivo giorno per giorno sempre più ammirato e convinto dei doni divini ricevuti: la vocazione, la Messa, i Sacramenti, la parola di Dio. Di qualcosa altro che mi venisse promesso o concesso avrei paura. Nulla può aumentare la mia fede; e, per grazia di Dio, nulla può scalfirla. Stia di buon animo… Suo aff.mo P. Loris Capovilla.

Del resto, un altro figlio spirituale di Padre Pio conferma la viva amicizia tra Capovilla e Bortignon:

[…] Per dovere di verità dichiaro che in un colloquio avvenuto io vescovado il 2 dicembre 1959, S.E. Monsignor Bortignon ad un certo punto affermava: «In uno dei miei incontri con monsignor Capovilla, gli ho detto che voi di Padre Pio vorreste che il Papa si inchinasse di fronte a Padre Pio», e che Monsignor Capovilla aveva soggiunto: «Sì, vorrebbero che il Papa andasse a San Giovanni Rotondo…».

Forte di simili protezioni, questa singolare figura di vescovo, sempre sognando di poter saldare i propri debiti con il denaro indirizzato a Padre Pio, tenta di costruire un altro castello di accuse contro due sacerdoti della sua diocesi, don Attilio Negrisolo e don Nello Castello, colpevoli, ai suoi occhi, di vicinanza al frate con le stigmate. Sono preti esemplari, ma vengono definiti “ladri, disonesti, ribelli, scomunicati, protestanti, eretici, superstiziosi e pazzi”.

Viene sospeso anche ogni sussidio nei loro confronti. Persino in confessionale molti fedeli ricevono l’ordine di non ospitare e di non offrire cibo a don Negrisolo e don Castello, mentre alcuni sacerdoti ricevono la disposizione di non confessare, e tanto meno assolvere, queste anime, colpevoli di andare da Padre Pio. Invano i due rivolgono esposti e suppliche al Sant’Uffizio e alla Sacra Congregazione del Concilio. Non ottengono nemmeno il conforto di una risposta. Soltanto nel 1970 saranno “definitivamente assolti” dalla Sacra Romana Rota, ma destinati ad altre diocesi.

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