“Padre Pio, cos’è per te la Messa?”

di Padre Giovanni da Baggio, “Padre Pio visto dall’interno” (pp. 56-57; 61-62).

Domando ancora a Padre Pio: «Durante la Messa soffri dolori più intensi?». Col capo fa cenno di sì. «Ricevi intera la Passione di Gesù?». Si mette la testa fra le mani, i gomiti li appoggia sul banchino e con espressione di intensa concentrazione spirituale dolorosa dice: «Ah! Se l’avessi saputo!». «Che cosa? Ti sei forse pentito di essere fatto Sacerdote?».

Adamic 03Mi guarda con occhi illuminati da una luce indefinibile e non risponde. «E allora?», insisto io. «Se avessi avuto da studente la cognizione che ho ora, mi sarei ritirato in un deserto e non mi sarei fatto ordinare Sacerdote». «Ma insomma cos’è per te il Sacerdozio? Eppure celebrare per me è una gioia!». Ed egli mi guarda con sorriso velato di intensa tristezza. Ed io: «E tu soffri?». «Sì». «E allora cos’è per te la Messa?». «Te lo dice l’altare: basta pensare a ciò che avviene lì sull’altare». E ripete: «Se l’avessi saputo prima, non mi sarei fatto consacrare!».

Poi mi dice: «Ama Gesù; amalo tanto: ma per questo, ama di più il sacrificio. Amore vuole essere amaro». «Che cosa intendi per sacrificio?». «Intendo che eviti i peccati veniali e le imperfezioni: non bugie, non impazienze: se ti pungono, stai zitto, per amore di Dio».

[…] Stasera è ritornato nella mia cella alla solita ora delle 5. Mi ha detto di essere più umile: «La superbia in te trasuda da tutti i pori del tuo corpo». Mi sono messo a ridere, ma gli ho dato ragione, perché è vero. «E che cosa debbo fare per vincermi?». «Controllo e ripulsa». «E tu come fai per vincere la superbia?».

Ha risposto: «Io non sono come mi ha fatto il Signore, ma sento che mi dovrei sforzare di più a fare un atto di superbia che un atto di umiltà. Perché l’umiltà è la verità: e la verità è che io sono nulla e tutto quello, che di buono è in me, è di Dio. E spesso noi sciupiamo anche quello che di buono Dio ha messo in noi. Quando vedo che la gente a me chiede qualche cosa, non penso a quello che posso dare, ma a quello che non so dare, e per cui tante anime restano sitibonde, per non avere io saputo dare a loro il dono di Dio. In verità, noi Sacerdoti dovremmo vergognarci delle nostre superbie. Pensare che ogni mattina Gesù fa l’innesto di sé in noi, ci pervade tutti, ci dona tutto, dovrebbe dunque spuntare in noi il ramo o il fiore dell’umiltà. Viceversa, il diavolo, che non può innestarsi in noi così profondamente, come Gesù, ecco che fa subito germogliare i suoi virgulti di superbia. Questo non ci fa onore. Bisogna dunque combattere e sforzarci di salire. È vero: in cima non arriveremo mai, senza un incontro con Dio. Per incontrarci noi dobbiamo salire e Lui discendere. Ma quando non possiamo più, allora, nella fermata, umiliamoci e in questa umiltà ci incontreremo con Dio, perché Egli discende nel cuore umile».

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