Da Padre Pio per la prima volta

Padre Giovanni da Baggio, Padre Pio visto dall’interno, pp. 13-15.

Erano tredici anni che desideravo di vedere e parlare con Padre Pio. Mi si offrì l’occasione di portarmi a San Giovanni Rotondo nel passaggio per una predicazione a Lecce. Vi giunsi la sera del 12 giugno 1935.

121427502015Incontrai Padre Pio in cima alle scale del Convento. Il fratello che mi accompagnava, mi disse: «Ecco Padre Pio!». Era fra due signori, che egli accompagnava nel giardino. Io lo guardo e poi faccio l’atto di baciargli la mano, ma egli alza subito in alto tutte e due le braccia e aspetta che anch’io faccia lo stesso per l’abbraccio fraterno. Poi mi dice: «Benvenuto!». Ed io: «Padre, ho delle lettere da consegnarLe». «Va bene – risponde –; ora vado giù con questi signori e poi torno subito, tanto del tempo ce n’è per parlare».

Dopo essermi presentato al Guardiano, tutto affaccendato per la visita del Padre Generale, mi affaccio alla finestra che dà nell’orto e vedo Padre Pio, che con le mani dietro alla schiena, passeggia fra quei due signori, ascoltando i loro discorsi sulla guerra d’Abissinia e dell’ostacolo inglese.

Dopo pochi minuti mi trovo faccia a faccia con Padre Pio nel dormitorio. «Vieni», mi dice, e mi porta in cella sua. Gli consegno le lettere, una delle quali del Molto Reverendo Padre Epifanio da San Marcello. «Devi dire a Padre Epifanio che io lo ricordo con amore». E lo disse sorridendo e con accento di grande sincerità.

Intanto gli dico che sono di passaggio e debbo andare a Lecce a predicare. «A Lecce? Allora porterai i miei saluti al Vescovo. Monsignor Costa. È un Vescovo per bene. Ed ora, eccomi a tua disposizione, ma non hai scelto un tempo molto propizio». Gli dissi che lì per lì non mi sentivo disposto per una conferenza spirituale e che avrei preferito il giorno dopo, ovvero mi dicesse lui il momento più opportuno. «Per me è lo stesso – rispose –, ma non posso assegnare nemmeno un momento, perché domani ci sarà grande confusione e molto lavoro per la venuta del Padre Generale». Uscimmo di cella e si interessò se mi avevano assegnata una stanza.

Intanto viene l’ora del Santo Rosario. Vado in Coro e mi metto in posizione da poterlo bene osservare. Il Rosario lo dice lui e la gente di chiesa risponde. Lo dice con calma, con unzione, spiccando bene ogni parola. La sua voce è ben timbrata, pastosa, e tutto l’insieme spontaneo e naturale.

Dopo la disciplina comune (atto penitenziale proprio delle comunità cappuccine), noi andiamo a cena e lui resta a pregare in Coro. Padre Pio non fa colazione e non cena mai. Solo a pranzo mangia qualcosa, forse un quinto di quello che mangia un uomo normale. Beve il quartuccio della sua boccetta di vino e, se la carità lo passa, anche un bicchiere in più che non sia dolce.

Dopo cena mi chiama in cella sua. Non ricordo come si incominciò a parlare del gran male che c’è nel mondo. Io cercai di fare una pittura assai caricata. Padre Pio mi dice che il mondo è meglio di prima. In questo si appella alla Storia e posso dire che egli ragiona a puntino. Io lo contraddico più per il piacere di sentirlo parlare, che per sostenere una discussione a fondo.

Osserva: «È vero che prima i costumi erano forse peggiori di oggi, ma c’era la fede; oggi mancano fede e costumi». «Bene – riprende Padre Pio –, se prima avevano la fede, dunque erano più responsabili davanti a Dio, perché sapevano di fare il male. E questo non potrai negarlo tu che sei stato alla Gregoriana». E sorrise con tale grazia che mi fece vedere allo stesso tempo la punzecchiata e l’addolcimento di essa, tanto che mi misi a ridere a più non posso.

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