A Padova si pregava per i maiali, ma non per Padre Pio!

Estratto del libro “A tu per tu con Padre Pio” di Renzo Allegri (Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1995).

Nel 1956 Giambattista Giuffrè dichiarò fallimento. Tutti quelli che gli avevano prestato soldi restarono a mani vuote, anzi si trovarono pieni di debiti. E monsignor Bortignon era tra questi.

Giuffrè negli anni 50. La stampa lo definì "il banchiere di Dio".
Giambattista Giuffrè negli anni ’50. La stampa lo definì “il banchiere di Dio”.

Egli sapeva che i devoti di Padre Pio raccoglievano offerte per le opere del Padre. I padovani erano sempre stati generosi verso Io stigmatizzato e il vescovo era contrariato nel constatare che molti soldi partivano da Padova per San Giovanni Rotondo. Cercò di venire a patti con i figli spirituali di Padre Pio. Inviò i suoi collaboratori a trattare con loro. Si sarebbe accontentato del cinquanta per cento delle offerte raccolte per Padre Pio. Ma essi risposero che non potevano cambiare l’intenzione degli offerenti: quei soldi erano donati per le opere di Padre Pio e loro dovevano portarli al Padre.

Sembra che questa vicenda economica abbia pesato molto nelle ostilità del vescovo Bortignon verso i devoti di Padre Pio. Dopo che avevano rifiutato di dividere con lui le offerte raccolte per il Padre, cominciò a perseguitarli senza esclusione di colpi.

Non si prega per Padre Pio

Diversi fedeli che conoscevano Padre Pio, e ogni tanto andavano a San Giovanni Rotondo, erano soliti far celebrare delle Messe secondo le intenzioni del Padre. Nessuno aveva mai fatto obiezioni. E perfettamente lecito far celebrare delle Messe secondo le intenzioni di una persona, qualunque sia.

Immaginetta ricordo della consacrazione episcopale di mons. Bortignon.
Immaginetta ricordo della consacrazione episcopale del frate cappuccino Bortignon.

Ma un giorno del 1957 a Padova le cose cambiarono. Mi ha raccontato Giovanni Scarparo, figlio spirituale di Padre Pio: «Andavo a San Giovanni Rotondo da Padre Pio cinque, sei volte l’anno. E avevo maturato il proposito di far celebrare una messa al mese per le intenzioni del Padre. Ne parlai con lui e mi rispose: “Sbrigati”.

«Tornato a casa, mi recai dal cappellano, don Giuseppe, per dargli un’offerta di una messa da celebrare secondo l’intenzione di Padre Pio. Fu stabilito il giorno e l’ora della celebrazione in modo che io vi potessi assistere. Ma quando mi recai in chiesa, invece della messa per le intenzioni di Padre Pio fu celebrata una messa di suffragio con tanto di catafalco nero. Domandai spiegazione. “Vuol dire che hai fatto del bene a una povera defunta di novant’anni”, rispose il sacerdote. Il mese seguente rifeci l’offerta di una mensa per le intenzioni di Padre Pio e questa volta avvertii amici e conoscenti. Si riempì la cappella invernale dove venne celebrata. Tutto questo deve aver indispettito il parroco che riferì al vescovo e ricevette l’ordine di rifiutare quel tipo di messe.

«Il mese successivo, infatti, alla mia solita richiesta, mi venne risposto: “Ho dato ordine ai sacerdoti di non ricevere offerte di sante messe per Padre Pio e di rifiutarle anche se hanno sentore che l’offerente dica che la messa è secondo le sue intenzioni ma che in realtà sia poi per Padre Pio”. Feci al parroco questo ragionamento: “Se si può pregare per qualsiasi persona, anche se è scomunicata, purché sia per la salvezza della sua anima, perché non si può pregare per Padre Pio e in unione con Padre Pio? È forse un animale?”. Con fare beffardo, il sacerdote mi rispose: “Se vuoi che dici la messa per il tuo maiale te la dico, ma non per Padre Pio”.

La frase del maiale fece il giro della diocesi, dell’Italia, giunse perfino in America. Arrivarono lettere di protesta da ogni parte. Tutti parlavano di quella vicenda e a chi mi chiedeva spiegazioni, io mi sentivo in dovere dì dire che il vescovo, nel proibire di celebrare messe secondo le intenzioni di Padre Pio, sbagliava».

Come pubblici peccatori

«Le reazioni non si fecero attendere. Una domenica andai, come al solito, a messa e quando fu il momento mi avviai verso l’altare per ricevere la Comunione. Mi misi in fila insieme a tante altre persone, ma, quando arrivò il mio turno, il parroco mi saltò via, senza deporre tra le mie labbra l’ostia consacrata. Rimasi sconcertato. Anche perché ero stato trattato in quel modo in pubblico. La gente aveva visto. Ero stato escluso dalla Comunione, come un pubblico peccatore.

Satana si scatenò contro P. Pio, il più santo dei sacerdoti cattolici.
Satana si scatenò contro P. Pio.

«Tornai a casa avvilito. Qualche giorno dopo provai ad andare a fare la Comunione mentre la messa era celebrata da un altro sacerdote, ma anche questi mi saltò. In un’altra occasione, il celebrante, vedendomi tra i fedeli che si apprestavano a ricevere la Comunione, non la distribuì a nessuno. Allora, al termine della messa, chiesi una spiegazione. Il sacerdote disse che non meritavo la Comunione perché ero infame. Per difendere Padre Pio, avevo criticato il vescovo. E aggiunse che aveva ordini precisi dal vescovo di trattarmi in quel modo. E anche altri sacerdoti, che mi stimavano e che capivano quanto fosse assurda quella lotta contro i fedeli di Padre Pio, mi dicevano: “Il vescovo vuole così, dobbiamo obbedire”».

Intanto la guerra personale del vescovo continuava anche contro gli altri fedeli di Padre Pio. A tutti venne riservato lo stesso trattamento già messo in atto per Giovanni Scarparo: quello previsto dal Codice di Diritto Canonico per i pubblici peccatori, e cioè l’esclusione dai sacramenti. Il vescovo aveva dato ordini che non venisse data la Comunione a nessuno di coloro che in qualche modo erano legati a Padre Pio. Inoltre, spesso durante le prediche, erano pubblicamente indicati come fanatici e disobbedienti al vescovo.

Ancor più decisa la presa di posizione contro i due sacerdoti amici di Padre Pio: don Nello Castello e don Attilio Negrisolo.

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