Un padre dal fascino irresistibile

Don Pierino Galeone, “Padre Pio. Mio Padre”, pp. 15-16.

Il suo sguardo penetrante e profondo, la sua voce ferma e tonante, il suo incedere lento e austero mi teneva amorosamente ansioso e mi tratteneva il respiro. Lo sentivo Padre e lo contemplavo Sovrano, Dominatore e Re.

Don Pierino e Padre Pio
Don Pierino e Padre Pio

Le sue stimmate erano segno infallibile di amore e di dolore per Gesù e per noi. Ogni incontro era un bagno totale nella verità, un dolce naufragio nell’amore; stargli vicino era come stare accanto a una quercia ombrosa presso un fiume, sicuri, sereni, e gioiosi. Ero tanto preso dal suo fascino che né le sue piaghe né la mia malattia mi distoglievano affatto dal cammino di fusione dei nostri cuori.

Ricordo: ero febbricitante. Dormivo in una stanza con Pio Trombetta ed Enzo Mercurio. Non avevo ancora detto nulla al Padre del mio male e, tanto meno, dello scopo per cui ero andato da lui. Venne a conoscenza che io ero rimasto a letto con la febbre, non avendomi visto alla sua Messa del mattino. Mi mandò a chiamare. Io, febbricitante, andai in convento e chiesi di andare da Padre Pio. Mi dissero che anche il Padre stava male e che era a letto, nella stanza n. 5. Qui mi recai e vidi Padre Pio vestito con l’abito, disteso sul letto, nero nel volto e con gli occhi chiusi. Al suo capezzale era seduto il nipote Mario, al quale, sommessamente, dissi: «Il Padre mi ha mandato a chiamare». Mario non mi rispose nulla e mi fece cenno di aspettare.

Attesi alcuni minuti. Ero impressionato dalle sue condizioni penose. A un tratto mosse le palpebre, senza aprire gli occhi e, con voce affannosa, mi chiese: «Pierino, come stai?». Poi silenzio. Rimasi ancora diversi minuti prima di andar via. Pensai: quanto mi ama! Pur in tanta sofferenza, pensava a me e si preoccupava di un povero figlio.

Un’altra mattina la sveglia non suonò. Mi alzai in fretta, ma l’affanno mi impediva di raggiungere in tempo la chiesetta. Oramai non ce la facevo più. Non so come, d’un tratto mi trovai sotto il convento, entrai in chiesa e riuscii ad ascoltare la Santa Messa del Padre. Ancora oggi non riesco a spiegarmi il fatto.

Giunse, intanto, il giorno della partenza. Finalmente, nella sacrestia della chiesetta, dopo le Confessioni del pomeriggio, chiesi al Padre di farmi star bene perché, ogni mese, ero costretto ad allontanarmi dal Seminario per le cure che praticavo a casa. Padre Pio mi guardò, poggiò la sua mano sul mio petto e la portò pian piano su tutte le parti finché, arrivato al centro, si fermò e, con le dita strette, batté un colpo sul petto e, guardandomi con fierezza, disse: «Di tutto potrai morire, eccetto di qua». Ma io, non contento di tanto dono, subito replicai: «Padre, voglio rimanere tutto l’anno in Seminario, voglio diventare un buon sacerdote». «E sì – mi rispose – solo un mese andrai a casa». «No! Padre, nemmeno un giorno a casa, sempre in Seminario». E lui, dolcemente: «Figlio mio, a marzo, per un mese, andranno tutti a casa».

Io parlavo col Padre nel luglio del 1947. Dal 20 marzo al 20 aprile del 1948, per le elezioni del 18 aprile di quell’anno, tutti i seminaristi d’Italia andarono a casa. Il giorno seguente, dopo la Santa Messa del Padre, mentre egli si trovava in coro a pregare, andai a salutarlo. Piangevo. «Figlio mio, non piangere, se no fai piangere anche me». Ci abbracciammo e, col cuore in gola, me ne andai.

Fu il primo incontro. Tutto avvenne come mi aveva detto. Stetti bene in salute. Rimasi tutto l’anno in Seminario, eccetto il mese predetto.

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