Tanto amore in poche parole

Don Pierino Galeone, “Padre Pio. Mio Padre”, pp. 13-15.

Nel febbraio 1945 mi ammalai di tubercolosi. Ero nel seminario regionale di Molfetta. Di qui partii in fretta e di nascosto, per timore di contagi. Per circa due anni mi sottoposi alla terapia del pneumotorace. Nel luglio del 1947 mia madre mi lasciò andare col pretore del luogo a San Giovanni Rotondo, per chiedere a Padre Pio la grazia della guarigione. Così avvenne.

Padre Pio e don Pierino
Padre Pio e don Pierino

Appena mi incontrai col Padre ebbi subito l’impressione di aver incontrato Gesù vivente in un uomo, più che un santo. Ero felice.

Nei momenti possibili, ero sempre puntualmente presente là dove egli passava per scendere dalla cella e risalire all’orario della Santa Messa e delle confessioni. Non mi lasciavo sfuggire le occasioni per rimanere o in coro a pregare con lui o in giardino, prima, e in veranda, dopo, a conversare insieme con lui, in compagnia di altri amici che da ogni parte venivano a trovarlo.

Nel 1947, dopo pochi giorni, ci volevamo già tanto bene. Egli, con poche parole, ma con tanti fatti mi lasciava intendere quanto amore avesse per me. Mi sembrò di capire che già mi conoscesse e mi attendesse. Infatti, mi chiese più volte, passandomi accanto: «Come ti chiami?». E io subito: «Pierino». E lui: «Ma, di dove sei?». «Di Taranto» prontamente risposi. E il Padre, con voce contenta e scherzosa: «Ah! Tu sei Pierino di Taranto?… ho capito! E di che paese?». «Di San Giorgio!». «Ma di quale San Giorgio?». «San Giorgio Jonico, vicino a Taranto». «Ho capito: tu sei Pierino di San Giorgio Jonico, provincia di Taranto». Guardandolo fisso, in silenzio, intesi approvare quanto diceva.

Nonostante avessi difficoltà di salute, mi alzavo presto, alle 4:00 e più volte ebbi la gioia di servire la Santa Messa. Rimanevo in sacrestia a pregare, finché non finiva le confessioni agli uomini e alle donne. Gli reggevo il piattino della Comunione, verso mezzogiorno, quando, dopo le confessioni, prima di risalire in cella, amministrava le Comunioni.

Nel 1947 rimasi a San Giovanni Rotondo altri venti giorni. Le persone, vedendomi sempre vicino a Padre Pio, mi mandavano da lui per farmi chiedere tante cose. La sorte di militari dispersi in Russia, la guarigione di figli, sposi, cari ammalati, la soluzione di problemi familiari: la pace, il lavoro, la nascita di figli.

Il Padre sempre mi rispondeva con dolcezza e amore. Mi disse un giorno: «Quando hai bisogno di qualcosa, mandami l’Angelo del Signore e io ti risponderò».

Una mattina, una mamma in lacrime mi aveva avvicinato in fretta, prima della Santa Messa, per la prima volta, gli mandai l’Angelo Custode. Recitai l’Angelo di Dio e affidai il messaggio all’Angelo Custode. Terminata la Messa, dopo aver baciato la mano al Padre, mi avvicinai con discrezione e gli raccomandai con affetto quello stesso ragazzo. Padre Pio mi rispose: «Figlio mio, me l’hai già detto!». Capii subito che l’Angelo Custode aveva prontamente avvertito e Padre Pio opportunamente provveduto con la preghiera.

L’umiltà. La dolcezza, la sua paterna sensibilità e la sua materna tenerezza mi avevano soggiogato. Vedevo in lui Gesù. Tutto quello che egli guardava, diceva e faceva mi pareva come fosse fatto da Gesù.

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