Padre Pio, il “frate guerriero”

Riportiamo il resoconto che lo scrittore Giovanni Battista Angioletti scrisse dopo il suo incontro con Padre Pio da Pietrelcina.

di Giovanni Battista Angioletti

Credevo di trovarmi davanti al “fraticello” di cui tanti hanno parlato, e vidi venirci incontro un antico guerriero dalla tonaca nera aperta sul collo. Un guerriero che levava il braccio come se tendesse una spada contro uno di noi, investito nel medesimo istante da potenti invettive. Rimasi attonito a guardare quell’uomo così inaspettato, cosi impreveduto, pieno di energia e di vigore, e che invece di cose sacre parlava di vicende terrene, della politica d’oggi, della riforma agraria, infierendo contro i fiacchi, contro i pavidi, fustigando con le parole quel nostro amico trasecolato, sol perché non si era mostrato animoso e inflessibile quanto lui.

G. B. Angioletti
G. B. Angioletti

Quello, dunque, era Padre Pio: il santo sacerdote, il taumaturgo, il portatore di stimmate. Fulmineamente ebbi la certezza che la vera, grande fede scaturisce dall’energia, anzi — ma non vorrei essere frainteso — dalla violenza, da un indomabile spirito battagliero; e che a scacciare il male dal cuore degli uomini due sono le armi adeguate, la dolcezza prima, e poi, insostituibile, la forza; né l’una disgiunta dall’altra può far nulla. Guardavo Padre Pio, e non potevo non figurarmi San Francesco d’Assisi simile a lui, cioè lontanissimo dall’immagine esaltata dagli esteti dell’umiltà e della povertà apparente, bensì tenace, deciso, instancabile; e anche pensavo che la voce levatasi due millenni or sono nel deserto, la voce che gridava “Guai a voi!” ai farisei e ancora oggi fa impallidire i loro discendenti, risuonasse altissima, veemente come questa che udivo nell’orticello di uno sperduto convento delle Puglie.

Il volto del frate era affascinante: la fronte possente e priva di rughe a malgrado dell’età avanzata, le sopracciglia scure e spesse, lievemente volte all’insù, sopra gli occhi lunghi percorsi da un lampeggiare continuo, occhi di una purezza di diamante, non mai mortificati dall’abbassar delle palpebre, occhi che vedono tutto, vicino e lontano, che ti fissano come per impadronirsi dei tuoi più riposti pensieri e sovente li paralizzano, poi subito lasciano che riprendano il loro oscuro corso, in un’indulgenza non già pietosa ma quasi allegra, da uomo che perdona per esuberanza, non è per mollezza di cuore.

Il naso largo, la barbaccia bianca e nera tutto intorno alle guance e al mento robusto, accentuavano l’impressione di trovarsi di fronte a un rustico condottiero. E la voce! Squillante nell’accento meridionale, non aveva mai timore di farsi udire perché nulla trovava da travisare, né mai era fermata da un attimo di pentimento; e molti rammentano come risuoni alta anche nel confessionale, quando si rivolge alle donnette venute a raccontare i loro peccatucci («Basta!» — grida talvolta il frate, che tutta la chiesa lo sente – «questo me l’hai già raccontato, non cascarci più e non farmi perder tempo con simili sciocchezze»).

Le sue mani, mezzo coperte dai guanti di lana verdastra che nascondevano le stimmate, erano sempre in agitazione, mai si abbandonavano al gesto, consueto agli uomini di Chiesa, di intrecciarsi e accarezzarsi l’un l’altra, ma l’unica distrazione che di tanto in tanto si concedevano era di giocherellare con una scatoletta donde una volta trassero una presa di tabacco per farla fiutare alle larghe narici. Sempre parlando e gridando, il frate andava intanto in su e in giù per l’orto, tirandosi dietro altri confratelli e laici, e noi visitatori occasionali, come se quel suo corpo, non alto eppure dominante su tutti gli altri, avesse il potere di una calamita. E tutti, accanto a lui, parevano impoveriti, opachi, si rivelavano o sgomenti per la sua implacabile sincerità, o timidi, o pusillanimi o forse meschini calcolatori e sollecitatori di paradisi; comunque incapaci di tenergli testa e di opporre buone ragioni alla precisa e ispirata irruenza del suo eloquio.

Così ho visto Padre Pio, nel convento di San Giovanni Rotondo sulle pendici del Gargano, in una giornata di sole folgorante, al cospetto del Tavoliere nudo e bruciato, sotto un cielo tutto fiamme celesti. Altri certamente, lo avrà scorto in più miti atteggiamenti; ma proprio così io incontrai quest’uomo che opera miracoli, che indovina propositi di ignoti viventi di là dai mari, che suscita in ogni angolo della terra come un tumultuare di anime verso la suprema speranza della redenzione; quest’uomo che porta nella sua carne, apparse un giorno ormai lontano dopo una breve estasi, cinque piaghe di Gesù crocifisso e trafitto, piaghe sanguinanti ogni qualvolta quell’estasi si rinnova.

tu
Non si scherza con P. Pio!

Eppure anche questi prodigi in lui diventano semplici, direi quasi secondari episodi. Egli par quasi non accorgersene, o alme no li considera tatti privati dei quali la gente non si dovrebbe interessare. Se fosse possibile, nei santi, qualche barlume di vanità, questa certo non apparirebbe mai in Padre Pio. Quello che invece lo esalta e lo accende ogni giorno, è la dedizione agli altri, la passione per i problemi concreti degli uomini. Operare per il bene dei viventi, specie quelli che soffrono, è la sua unica missione, e il suo altruismo scaturisce naturalmente, così come per la quasi totalità dei suoi simili germoglia e sempre cresce l’egoismo. La sua esistenza è una rinuncia a tutto, perfino al cibo, se non nella misura appena sufficiente a mantenerlo in vita; una rinuncia, però, non impostasi per avvilirsi o punirsi, bensì accettata lietamente e non fatta pesare, quale esempio, a nessuno: non è un uggioso, retrivo moralista, e neppure un utopista; gli basta che gli uomini, anziché perseguire un’impossibile perfezione sulla terra, si astengano dal compiere il male, soprattutto il male dettato da astratte ideologie o da sfrenata cupidigia di sopraffazione. Inutile aggiungere che in ciò consistono anche le sue opinioni politiche, le stesse che egli, contro tutti se è necessario, mai si astiene dal proclamare.

Non è umile con gli uomini, perché lo è con Dio. Gli uomini non gli fanno paura: li conosce, una stupefacente capacità di penetrazione lo mette in grado di misurarne di colpo le virtù le debolezze; e li affronta di giorno in giorno, tranquillo, come chi non aspetta né chiede nulla a nessuno. Non ha bisogno degli uomini, fossero pure più potenti della terra; e per questo può essere ardente, in flessibile nel volere che anche i potenti seguano le vie della giustizia, e che il popolo rispetti le antiche leggi senza mai abbandonarsi ai torbidi istinti.

Questo figlio di poveri contadini dell’Irpinia rivela un carattere, un temperamento, un’individualità cosi potenti che anche chi non militi fra le schiere dei devoti, deve arrestarsi davanti a lui con animo reverente. Non ci colpisce tanto la spiegazione, più o meno ortodossa, più o meno scientifica, dei suoi miracoli, quanto il rivelarsi costante di una personalità così completa, così aliena dagli interessi che fanno meschina la folla degli abitatori della terra. Che Padre Pio sia un santo, nessuno di noi ha il diritto di sostenerlo, oggi. Certo, è un uomo. Un vero uomo, che abbiamo avuto la ventura di incontrare, in tempi di inganni e di paure, in uno sperduto villaggio del Sud.

© LA STAMPA (9 agosto 1950)

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