Uno scontro col diavolo

Venne da Brescia una ragazza di una ventina di anni, accompagnata da diversi uomini perché dava segni di essere posseduta dal diavolo. Il frate portinaio la fece collocare all’interno del chiostro, in disparte, vicino al pozzo, in modo che quando passava il Padre la potesse benedire, lontano dagli occhi della gente. Terminata la funzione serotina, accompagnai Padre Pio per il solito giro dalla sacrestia della chiesa grande, attraverso il corridoietto che adesso porta in cripta, alla sacrestia della chiesa vecchia. La gente era sempre tanta. L’ultimo mucchio di gente lo trovavamo nel chiostro, prima di entrare nella porta del convento, una benedizione e via. In genere arrivati qui, si respirava, perché il grosso era finito.
Quella sera non facemmo a tempo ad arrivare vicino alla porta del chiostro, che quella donna si scagliò direttamente verso Padre Pio, come se volesse graffiargli la faccia. Gridava parole incomprensibili, con una voce cavernosa e rauca. Io restai esterrefatto. Padre Pio meno di me. Comunque cercammo di liberarci e uscire incolumi da questa aggressione. Il Padre capì di che cosa si trattava e gridò: «In nome di Dio… vattene via…!», ma quella donna continuava a gridare come una forsennata: «Me la pagherai… me la pagherai…!», gridava, ma ormai noi eravamo fuori pericolo. Fui io a mettere fine a quella lotta, e spinsi Padre Pio dentro il convento. Quando fummo al sicuro, mi feci coraggio e chiesi a Padre Pio: «Padre Spirituale, ma che è ‘sta faccenda?». Padre Pio alzò la testa e lo sguardo verso l’alto, come per dire: “È quello che hai visto”. Non se ne parlò più […].
Poco dopo le dieci, al piano dove abitava Padre Pio, sentimmo un tonfo pauroso, un rumore incredibile, come se fosse sbattuto il portone della Chiesa. Una voce cominciò a gridare: «Confratelli… confratelli…!». Era la voce del Padre. Per vie diverse, ci precipitammo subito nella camera del Padre, il Superiore, io ed altri confratelli, e trovammo una scena spaventosa. Il Padre sembrava scaraventato a terra, al centro della cella, con la testa in direzione del letto e i piedi verso la porta. Le braccia erano allargate. Con una mano era riuscito a tirarsi dall’inginocchiatoio, dove mi sedevo io, un cuscino ed era riuscito a sistemarlo sotto la faccia, dalla quale usciva sangue in abbondanza. Notammo tutti che era una caduta strana… e poi a quell’ora, quando il Padre era solito stare a letto, ma non avemmo tempo di fare commenti. Ci preoccupammo tutti di sollevare il Padre da terra e cercare di metterlo a letto. Un confratello chiamò subito il dottore. Intanto dal sopracciglio destro continuava ad uscire sangue, e io presi un asciugamano per raccogliere quel sangue e cercare di bloccarlo.
Il dottor Sala venne nello spazio di pochi minuti. Dopo essersi reso conto della situazione, la prima cosa che fece fu di suturare la ferita del sopracciglio destro con due punti. Durante l’intervento, io cercavo di tenere il braccio e la testa del Padre, come per fargli coraggio, ma egli non si lamentava affatto. A operazione ultimata, sia il medico che noi cercammo di sapere dal Padre come aveva fatto a cadere e che cosa era successo. Il Padre aveva l’atteggiamento di uno che non poteva parlare, ma aveva da farsi perdonare qualcosa. Siccome l’abito da notte che indossava al momento della caduta e la maglia erano inzuppati di sangue, pregò il Superiore e i confratelli di uscire e di aspettare fuori mentre a me disse: «Uagliò!, aiutami a mettere la biancheria pulita». Uscirono a malincuore […].
Il caro Padre mi pregò di mettere il fazzoletto azzurro sull’abat-jour che era sul tavolo, per attutire la luce, e di spegnere la lampada centrale della camera. Prese tutte queste precauzioni, cominciò l’operazione: prima l’abito da notte, inzuppato di sangue e di sudore, e poi la maglia. Rimasto a petto nudo, cercava in tutti i modi di coprirsi con la mano la ferita del petto, ma per quanto facesse, io riuscii bene ad ammirare ogni cosa, quando dovette sollevare le braccia. Era una ferita aperta, viva, a forma di croce. La parte verticale, lunga forse sette centimetri, era a sghimbescio: partiva dal lato destro del Padre, la parte superiore, e andava verso la sinistra. La ferita trasversale era lunga non meno di tre centimetri. Non c’erano escare o croste, ma dall’estremità inferiore della parte verticale usciva del sangue, lentamente. Non faceva né paura né ribrezzo, pur essendo un’autentica ferita aperta. Avrei voluto guardarla più a lungo, ma il povero Padre si affrettò a coprirla con la maglia. Lo aiutai a rimettersi a letto, e lui era calmo, di una dolcezza infinita, senza lamentarsi affatto. Alla fine rientrammo tutti in camera, e demmo la buona notte a Padre Pio, lasciandolo solo, nella speranza che riuscisse a riposare un poco. Al mattino seguente mi presentai alla solita ora, ma lui disse: «Questa mattina non ce la faccio a celebrare, portami la Comunione». Feci come voleva lui.
Verso le nove e trenta, torno di nuovo e il Padre dice che vuole scendere a confessare un po’ di donne. Io lo sconsiglio, ma lui insiste e lo accontento. Si avvisano le donne che sono prenotate e si mettono in lista d’attesa. Una delle prime donne che va a confessarsi, è una signora di Napoli, figlia spirituale del Padre da vecchia data. Ogni quindici giorni viene appositamente per confessarsi, ed è conosciuta dalla gente e dai frati. Padre Pio, poi, la prese sotto la sua protezione, lei e tutta la sua famiglia. […] Questa signora va a confessarsi e si informa sulla salute del Padre. Poi aggiunge: «Padre, meno male che è sceso a confessare, ne avevo proprio bisogno. Deve darmi una benedizione speciale, e dirmi una buona parola, perché da un tempo a questa parte mi va tutto male, tutto storto, come se si fosse messo di mezzo il diavolo… Ma Padre, io al diavolo non ci credo». Scatta Padre Pio e grida: «Come non ci credi… Non vedi che io ne porto i segni sul volto!…». Terminata la Confessione, quella signora mi fa cercare (eravamo amici) e mi raccontò quello che era successo in Confessione, e come il Padre l’aveva rimproverata, dicendo: “Non vedi che ne porto i segni sul volto”. Ma che è successo? Risposi che la sera precedente, verso le ventidue, sentimmo un boato nella stanza di Padre Pio, e lo trovammo caduto per terra, in un modo che sembrò a tutti strano. Ma niente di più perché il Padre non volle dire nulla.
A pranzo il Padre volle scendere con la comunità, con una a faccia che diventava sempre più paonazza, con chiazze sparse sul volto. Tutti lo guardavamo preoccupati, meno che lui. Appariva normale. Poi fece cenno che voleva andare via, come al solito, e io mi affrettai a prenderlo sottobraccio. Il Superiore chiese: «Padre Pio, come si sente?». Intervenni io, e ricordandomi quello che mi aveva detto la signora napoletana, in tono canzonatorio, dissi: «Questa notte le ha prese…», e facevo con la mano il segno delle botte. Padre Pio, calmo, disse: «Che vuoi dire?…». Mi feci coraggio, e sempre stringendolo sottobraccio, aggiunsi: «Quando era giovane, lottava col diavolo… e una volta vinceva lui… e una volta vinceva lei…». Mi interruppe bruscamente e precisò: «No, ho vinto sempre io!». Eravamo entrati nel discorso e allora continuai: «Ma ora è fatto vecchio… vede come l’ha ridotto… (e facevo segno verso il volto)… lo lasci stare…». «E quella ragazza ieri sera… non l’hai vista? Mi faceva tanto pena…».
Lo scopo l’avevo raggiunto. Riuscii a strappargli che si era trattato del diavolo… Finalmente!
Intanto, in mezzo alla gente si venne a sapere che la causa di quella caduta e di quella lotta col diavolo era stata la ragazza! E lei soddisfatta, ridendo e sghignazzando, l’aveva confermato. Ma poco dopo, la signorina se ne dovette scappare da San Giovanni Rotondo perché la gente la minacciava!
Io, invece, devo essere grato alla signorina… e al diavolo. Fu proprio in seguito a quella lotta che io potetti vedere la piaga del costato, la notte che aiutai il Padre a cambiarsi la biancheria. Così posso dire che sono uno dei pochissimi frati che hanno visto tutte e cinque le stimmate di Padre Pio.
Da aggiungere che quella lotta non fu inutile. Passò del tempo e quella signorina di Brescia scrisse una lettera a Padre Pio, ringraziandolo che attraverso il suo combattimento con satana, lei era stata liberata ed era la donna più felice del mondo.

[Padre Eusebio Notte, “Padre Pio e Padre Eusebio. Briciole di storia”,
pp. 195-203]

© Il Settimanale di Padre Pio (408 dal Numero 50 del 22 dicembre 2013)

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