«Padre Pio fu perseguitato»…e se Caparezza fosse “ancora nel tunnel”?

Il cantante sbaglia, la “Chiesa ufficiale” non perseguitò mai il santo cappuccino.

da UCCR (16/03/2012)

«Sono fuori dal tunnel del divertimento» cantava il simpatico Caparezza nel 2004. Nella recente intervista per Il Corriere della Sera ha però parlato della sua simpatia per Padre Pio, volendo poi ricordare che «fu perseguitato dalla Chiesa ufficiale». Una “divertente” leggenda, che però non trova pieno riscontro nelle indagini che sono state fatte da allora.

Ne ha parlato pochi mesi fa lo storico italiano Marco Roncalli, spiegando che non furono le prime allarmanti confidenze di padre Agostino Gemelli a provocare l’indagine del Sant’Uffizio nel 1921 su Padre Pio. Essa partì da due dichiarazioni del luglio 1920, acquisite dal vescovo di Foggia Salvatore Bella e finite a Roma: quella del farmacista Domenico Valentini Vista e della cugina Maria De Vito, i quali avanzarono il sospetto che il Padre si procurasse da sé, con l’acido fenico e la veratrina, le presunte stimmate. La “Chiesa ufficiale” si comportò sempre in modo differente dalle proposte di Padre Agostino Gemelli, il quale incontrò la prima volta il cappuccino senza nessun incarico dal Sant’Uffizio. Padre Gemelli aveva qualche dubbio scientifico circa la stimmate, ma nella lettera per l’assessore del Sant’Uffizio, monsignor Nicola Canali, scritta il 16 agosto ’33, egli lamentò il fatto di non aver mai pubblicato nulla su Padre Pio, e ritenne infondate le accuse che gli furono mosse da un medico, il dott. Giorgio Festa. Nel 1924 Gemelli aveva infatti sostenuto: «Le stigmate di San Francesco non presentano solo un fatto distruttivo, come in tutti gli altri, ma bensì anche un fatto costruttivo […]. Questo è un fatto assolutamente inspiegabile della scienza, mentre invece le stigmate distruttive possono essere spiegate con processi biopsichici». Nella lettera a mons. Canali affermò però: «Evidentemente  il dr. Festa, ha giudicato che con tale mia assolutezza di giudizio io mi riferissi al Padre Pio […]. L’illazione è ingiusta….». Gemelli non pensava dunque a padre Pio quando riferì di alcuni presunti stimmatizzati esaminati e ritenuti non autentici.

Il Sant’Uffizio – come si è detto – rifiutò sempre le proposte poco diplomatiche di Gemelli per stabilire la verità sulle stimmate (come le ingessature), ma scelse di ricorrere ad un visitatore apostolico dai pieni poteri, ritenendo questo meno invasivo. Morto Benedetto XV, anche il successore Pio XI continuò nello stesso modo. Tutt’altro che «interventista a priori», o «pilotato da Gemelli», scrive Roncalli. Il Sant’Uffizio, dopo la prima consulenza chiesta al domenicano Joseph Lémius che scartò le proposte di Gemelli, si rivolse al vescovo di Volterra Carlo Raffaello Rossi nominandolo «uomo delle indagini». Egli, dopo la sua ispezione, elencherà «argomenti teologici» sulle stimmate affermando che «sembri non manchino motivi per far propendere in favore del dono sovrannaturale». Tuttavia nel 1923 il Sant’Uffizio si pronunciò sulle stimmate con il “non constare“ (cioè «non risulta», diverso da «si esclude»), esso era un pronunciamento sospensivo e non un giudizio sui fatti relativi al cappuccino. La leggenda della “persecuzione” si basa sopratutto sulla decisione unanime dei cardinali del marzo ’31 di proibire a Padre Pio di celebrare in pubblico e di confessare. Ma tale disposizione fu da intendersi più come argine al devozionismo e per sottrarre il frate ai minacciati disordini di alcuni esaltati, e venne comunque sospesa da Pio XI. Padre Pio non venne nemmeno «perseguitato» da Giovanni XXIII – come ha spiegato Andrea Tornielli l’anno scorso – il quale non diede mai credito alle presunte notizie raccolte da alcuni collaboratori, ma decise alla fine di affidarsi al più equilibrato e fondato giudizio del vescovo di Manfredonia, rifiutando sanzioni pesanti verso il cappuccino con le stimmate.

Sulla veridicità di queste ultime vale la pena sottolineare il pronunciamento recente del prof. Ezio Fulcheri, docente di Anatomia patologica all’Università di Genova e di Paleopatologia all’Università di Torino: «Ma quali acidi, quali trucchi… Diciamolo una volta per tutte, sgomberando il campo da ogni equivoco e sospetto: le stimmate di Padre Pio da Pietrelcina sono inspiegabili scientificamente. E anche se, per ipotesi, se le fosse prodotte volontariamente, martellandosi un chiodo sulla mano trapassandola, la scienza attuale non sarebbe in grado di spiegare come quelle ferite profonde siano rimaste aperte e sanguinanti per 50 anni […]». Ha continuato Fulcheri: «Faccio notare che nel caso di Padre Pio ci trovavamo ancora in era pre-antibiotica, e dunque la possibilità di evitare infezioni era ancora più remota di oggi. Non posso immaginare quali sostanze permettano di tenere aperte le ferite per cinquant’anni. Più si studia l’anatomia e la fisiopatologia delle lesioni, più ci si rende conto che una ferita non può rimanere aperta com’è accaduto invece per le stimmate di Padre Pio, senza complicazioni, senza conseguenze per i muscoli, i nervi, i tendini. Le dita del frate stimmatizzato erano sempre affusolate, rosee e pulite: con ferite che trapassavano il palmo e sbucavano sul dorso della mano, avrebbe dovuto avere le dita gonfie, tumefatte, rosse, e con un’importante impotenza funzionale. Per Padre Pio, invece, le evidenze contrastano con la presentazione e l’evoluzione di una ferita così ampia, quale ne sia stata la causa iniziale. Questo è ciò che dice la scienza». Segnaliamo anche due testi interessanti usciti recentemente: Oboedientia et Pax. La vera storia di una falsa persecuzione (edizioni Padre Pio e Libreria Editrice Vaticana) e Padre Pio e il Sant’Uffizio (1918-1939) (Edizioni Studium 2011)

Concludendo, la cosiddetta “Chiesa ufficiale” -come la chiama Caparezza- non perseguitò Padre Pio, anche se certamente ci furono uomini di Chiesa che lo accusarono fortemente. Interessante, infine, anche quel che il noto cantante italiano ha rivelato verso la fine dell’intervista: «sono agnostico. Non so se Dio esiste, non so cosa ci sia dopo la morte. Ma trovo l’ateismo consolatorio. Più della fede. L’idea che esista un’altra dimensione, di essere osservato da qualcosa che non riesco a vedere, mi fa paura. Ho bisogno di tenere a bada i miei demoni». Ma non era la fede in Dio ad essere un placebo? Un atto consolatorio contro la morte e la paura? Ma come? Poco prima aveva detto di essersi ispirato a Piergiorgio Odifreddi (il cosiddetto “uomo delle mille bufale”) su Padre Pio, e ora smonta proprio il caposaldo dell’argomento anti-teista del suo ispiratore?

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